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Aggiornato il 28 dicembrte 2006 h. 23.37

Sull’eutanasia
 
Ho letto con attenzione l’intervento di don Franco Agnesi sul tema dell’eutanasia. Innanzitutto anch’io ho fatto caso al contrapporsi violento di simboli che ha caratterizzato l’ultimo periodo. La questione legata alla sorte del povero Welby ha turbato profondamente molti cattolici, accostando al Natale, momento di vita, il tema della morte. E, essendo stato sulla bocca di tutti ed avendone parlato tutti i giornali, ha condizionato anche l’Avvento, ossia la Venuta. Il quale, da attesa del "Lieto Evento”, è mutato in Agonia, in quanto di giorno in giorno apprendevamo delle peggiorate condizioni di Welby. E ci dicevamo: “Chissà?” sospesi sull’eventuale morte naturale o sull’eventuale, poi verificatasi, dolce morte. Questa riflessione sui simboli è emersa durante un colloquio sul tema con un fervente cattolico, profondamente addolorato del modo in cui la Chiesa ha gestito la questione e, in particolare, sulla negazione dei funerali religiosi a Piergiorgio Welby. Un gesto sicuramente forte, secondo alcuni non in linea con i concetti di Perdono e Pietà, capisaldi della dottrina cattolica; per me semplicemente crudele.
Potrei impostare la mia dissertazione sui valori liberali di libertà, laicità, autodeterminazione, etc. ma, seppur al di là di una scala di priorità, vorrei proporre una riflessione in funzione di ciò che ha proposto don Franco, soffermandomi sull’Enciclica Evangelium vitae.
Secondo me i concetti di “eutanasia” e “accanimento terapeutico” non sono così definiti. E me ne convinco anche leggendo un passo della suddetta Enciclica:
 
“Da essa va distinta la decisione di rinunciare al cosiddetto accanimento terapeutico, ossia a certi interventi medici non più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia. In queste situazioni, quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi.”
 
Tra i casi sopradescritti mi sembra di poter annoverare anche il caso di Piergiorgio Welby. E, cosa poco nota a causa della non corretta informazione perpetrata dalla stampa, per giorni si è discusso se fosse lecito in funzione della legge italiana vigente, staccare il respiratore sotto sedazione del paziente come si ricorda sul sito dell’Associazione Luca Coscioni:
La battaglia politica di Welby è per l'eutanasia, ma per risolvere il suo caso, rispettando le leggi italiane, basterebbe interrompere il trattamento medico a cui è sottoposto, la respirazione forzata attraverso un ventilatore polmonare, e somministrare a Welby un sedativo per impedire che soffra morendo soffocato, diritto che gli è riconosciuto dalla Costituzione.
Secondo l’art. 32 della Costituzione Italiana, infatti, «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».
Ma, essendo chiamato in causa un medico, la questione si sposta su un piano diverso:
Il medico, rispondendo alla esplicita richiesta di Welby di "distacco dal ventilatore polmonare sotto sedazione terminale", ha così risposto: “Su richiesta del paziente, rispettandone la volontà ed essendo egli lucido, dovrei staccare e sedare per evitare sofferenze. Nel momento che il paziente è sedato e quindi non è più in grado di decidere, risultando in pericolo di vita dovrei procedere immediatamente a riattaccarlo e ristabilire la respirazione. Pertanto sono obbligato per legge a rispettare la volontà, ma allo stesso tempo sono obbligato a rispettare la legge nel momento che perde conoscenza e quindi non è più in grado di decidere.”
Quindi alla base di tutto c’è una grossa carenza da un punto di vista giuridico. Non è possibile che si giochi con la vita delle persone dovendo fornire interpretazioni di incomplete leggi vigenti. Quindi è giusto che il tema venga affrontato in parlamento e che sia promulgata una legge a riguardo.
Un aspetto che mi colpisce, e di cui forse poco si parla, è che tutte queste considerazioni  e distinzioni di carattere etico su cui discutiamo, argomentiamo e riflettiamo sono possibili perché una persona come Piergiorgio Welby, cui era stata garantita la morte entro i ventanni, è vissuta fino a pochi giorni fa. Se lo sfortunato fosse vissuto anche solo cento anni fa sarebbe morto in breve tempo del suo male. Secondo Natura. E nessuno avrebbe avuto niente da ridire. È stato il progresso scientifico a portarci in questi ragionamenti. Perché ha dato quaranta ulteriori anni di vita a Welby. E, date le condizioni non dico che sia un fatto positivo. Ma questo è. Quindi la Scienza ha recitato il ruolo centrale.
In secondo luogo, pongo una serie di interrogativi cui non so dare risposta: “La vita di Welby era possibile grazie a un respiratore (non solo, ma facciamola breve), strumento legato a una conquista tecnologica. Essendo la situazione del tutto innaturale e legata ai progressi scientifici può essere interpretato come accanimento terapeutico? cioè, quali sono i limiti, se ci sono, di tale concetto? E soprattutto, non è evidente che queste considerazioni di etica siano commisurate (o relative, con buona pace di Benedetto XVI) alle possibilità che la conoscenza ci offre? Donde trarre regole universali?
 
Simone Negri
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