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Sull’eutanasia
Ho letto con attenzione
l’intervento di don Franco
Agnesi sul tema
dell’eutanasia. Innanzitutto
anch’io ho fatto caso al
contrapporsi violento di
simboli che ha caratterizzato
l’ultimo periodo. La
questione legata alla sorte
del povero Welby ha turbato
profondamente molti cattolici,
accostando al Natale, momento
di vita, il tema della morte.
E, essendo stato sulla bocca
di tutti ed avendone parlato
tutti i giornali, ha
condizionato anche
l’Avvento, ossia la Venuta.
Il quale, da attesa del
"Lieto Evento”, è
mutato in Agonia, in quanto di
giorno in giorno apprendevamo
delle peggiorate condizioni di
Welby. E ci dicevamo: “Chissà?”
sospesi sull’eventuale morte
naturale o sull’eventuale,
poi verificatasi, dolce morte.
Questa riflessione sui simboli
è emersa durante un colloquio
sul tema con un fervente
cattolico, profondamente
addolorato del modo in cui la
Chiesa ha gestito la questione
e, in particolare, sulla
negazione dei funerali
religiosi a Piergiorgio Welby.
Un gesto sicuramente forte,
secondo alcuni non in linea
con i concetti di Perdono e
Pietà, capisaldi della
dottrina cattolica; per me
semplicemente crudele.
Potrei impostare la mia
dissertazione sui valori
liberali di libertà, laicità,
autodeterminazione, etc. ma,
seppur al di là di una scala
di priorità, vorrei proporre
una riflessione in funzione di
ciò che ha proposto don
Franco, soffermandomi
sull’Enciclica Evangelium
vitae.
Secondo me i concetti di
“eutanasia” e
“accanimento terapeutico”
non sono così definiti. E me
ne convinco anche leggendo un
passo della suddetta
Enciclica:
“Da essa va distinta la
decisione di rinunciare al
cosiddetto accanimento
terapeutico, ossia a certi
interventi medici non più
adeguati alla reale situazione
del malato, perché ormai
sproporzionati ai risultati
che si potrebbero sperare o
anche perché troppo gravosi
per lui e per la sua famiglia.
In queste situazioni, quando
la morte si preannuncia
imminente e inevitabile, si può
in coscienza rinunciare a
trattamenti che procurerebbero
soltanto un prolungamento
precario e penoso della vita,
senza tuttavia interrompere le
cure normali dovute
all’ammalato in simili
casi.”
Tra i casi sopradescritti mi
sembra di poter annoverare
anche il caso di Piergiorgio
Welby. E, cosa poco nota a
causa della non corretta
informazione perpetrata dalla
stampa, per giorni si è
discusso se fosse lecito in
funzione della legge italiana
vigente, staccare il
respiratore sotto sedazione
del paziente come si ricorda
sul sito dell’Associazione
Luca Coscioni:
La battaglia politica di Welby
è per l'eutanasia, ma per
risolvere il suo caso,
rispettando le leggi italiane,
basterebbe interrompere il
trattamento medico a cui è
sottoposto, la respirazione
forzata attraverso un
ventilatore polmonare, e
somministrare a Welby un
sedativo per impedire che
soffra morendo soffocato,
diritto che gli è
riconosciuto dalla
Costituzione.
Secondo l’art. 32 della
Costituzione Italiana,
infatti, «nessuno può essere
obbligato a un determinato
trattamento sanitario se non
per disposizione di legge. La
legge non può in nessun caso
violare i limiti imposti dal
rispetto della persona umana».
Ma, essendo chiamato in causa
un medico, la questione si
sposta su un piano diverso:
Il medico, rispondendo alla
esplicita richiesta di Welby
di "distacco dal
ventilatore polmonare sotto
sedazione terminale", ha
così risposto: “Su
richiesta del paziente,
rispettandone la volontà ed
essendo egli lucido, dovrei
staccare e sedare per evitare
sofferenze. Nel momento che il
paziente è sedato e quindi
non è più in grado di
decidere, risultando in
pericolo di vita dovrei
procedere immediatamente a
riattaccarlo e ristabilire la
respirazione. Pertanto sono
obbligato per legge a
rispettare la volontà, ma
allo stesso tempo sono
obbligato a rispettare la
legge nel momento che perde
conoscenza e quindi non è più
in grado di decidere.”
Quindi alla base di tutto c’è
una grossa carenza da un punto
di vista giuridico. Non è
possibile che si giochi con la
vita delle persone dovendo
fornire interpretazioni di
incomplete leggi vigenti.
Quindi è giusto che il tema
venga affrontato in parlamento
e che sia promulgata una legge
a riguardo.
Un aspetto che mi colpisce, e
di cui forse poco si parla, è
che tutte queste
considerazioni e
distinzioni di carattere etico
su cui discutiamo,
argomentiamo e riflettiamo
sono possibili perché una
persona come Piergiorgio Welby,
cui era stata garantita la
morte entro i ventanni, è
vissuta fino a pochi giorni
fa. Se lo sfortunato fosse
vissuto anche solo cento anni
fa sarebbe morto in breve
tempo del suo male. Secondo
Natura. E nessuno avrebbe
avuto niente da ridire. È
stato il progresso scientifico
a portarci in questi
ragionamenti. Perché ha dato
quaranta ulteriori anni di
vita a Welby. E, date le
condizioni non dico che sia un
fatto positivo. Ma questo è.
Quindi la Scienza ha recitato
il ruolo centrale.
In secondo luogo, pongo una
serie di interrogativi cui non
so dare risposta: “La vita
di Welby era possibile grazie
a un respiratore (non solo, ma
facciamola breve), strumento
legato a una conquista
tecnologica. Essendo la
situazione del tutto
innaturale e legata ai
progressi scientifici può
essere interpretato come
accanimento terapeutico? cioè,
quali sono i limiti, se ci
sono, di tale concetto? E
soprattutto, non è evidente
che queste considerazioni di
etica siano commisurate (o
relative, con buona pace di
Benedetto XVI) alle possibilità
che la conoscenza ci offre?
Donde trarre regole
universali?
Simone Negri
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