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Pubblicata il 09/04/2008 alle 15:03:17 in Cultura

Il magico mondo dell'arte dell'artista Marcello Pirro



La filosofia dell’Arte sono la Pittura e la Poesia di Principia Bruna Rosco


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I MURALES DI CAMPIELLO DEI SQUELINI



(mi-lorenteggio.com) Trezzano sul Naviglio, 09 aprile 2008  - Marcello Pirro, fin da giovanissimo si è interessato alla poesia, alla filosofia e alla psicologia. Successivamente attraverso l'alchimia classica nelle sue formulazioni ufficiali ha scritto in modo approfondito poesie sulle continue problematiche dell’esistenza. Egli vanta una grande notorietà che si estende in tutto il Mondo. Infatti le sue opere si trovano presso numerosi musei italiani ed esteri, come il Museo dell'Arte Moderna di New York, Museo di Cincinnati (U.S.A.), Museo d’Arte Moderna di Ascona e in molti altri che sarebbe troppo lungo da elencare. Egli ha dato una delle testimonianze artistiche più forti e incisive del secolo che ha visto concentrarsi in lui il poeta, lo scrittore, il pittore e lo scultore legato a doppio filo con i maggiori pittori del ‘900, artisti che hanno fatto la storia dell’arte come Fontana, Tancredi, Richter, Guidi e altri, con i quali ha intrattenuto rapporti di lavoro e di amicizia fino alla fine dei loro giorni.


I valori estetici delle sue opere sono gettito delle proprie ragioni culturali, quindi, non dobbiamo considerarli subordinati al suo contenuto, anche perché traduce in forma una realtà profonda. Attraverso l’analisi che sta ad indicare gli obiettivi dell'arte, vissuta nella coscienza delle sue potenzialità, le cose, gli oggetti immaginati, come tante altre manifestazioni formali, rappresentano valori relativi che, al contrario di un'estetica assoluta, considera la relazione tra il relativo e l'assoluto. Le sue tematiche trascendono l'ordinario poiché sono un prodotto artistico che risveglia contenuti, memorie e dimensioni ancestrali e straordinarie.



La funzione dell’arte per l’artista Marcello Pirro è quella di portare alla luce un messaggio nascosto nella nostra coscienza. Tale messaggio, essendo di categoria subliminale in relazione ai contenuti interiori, può alle volte non essere pienamente compreso da tutti. Partendo dall’osservazione del vero, Pirro affina la propria sensibilità verso il colore per formare un palcoscenico di emozioni in uno scenario che si fonde nella delicatezza dei toni e delle sfumature.
Per il maestro il colore possiede la forza della natura, quindi, non diventa un pretesto per esprimersi, ma esso ne diventa il soggetto stesso dell’opera. Infatti, i colori sono accesi e compatti, forti e sensuali, a seconda dello stato d'animo dell’artista. Il rapporto tra colore e stato d'animo, dunque, è fondamentale per Marcello Pirro perché essi spontaneamente si inseguono, fissandosi su una tela a seconda della motivazione per cui egli dipinge il soggetto. L’artista in questione, dunque, è affascinato dai mezzi espressivi che ottiene dai colori primari, pertanto, la forza del colore lo è nella sua valenza a cui attribuisce una connotazione in particolare al giallo e al rosso che descrivono la sua carica interiore, mentre con le terre e il verde egli esprime il contatto con la natura.
Per Marcello Pirro, Artista poliedrico, la pittura non è una scelta esclusiva perché è anche sculture e poeta. Egli, dunque, con competenza e attenzione concentra in sé la polivalenza dell’Arte. Indubbiamente, anche la spontaneità gli permette di esprimersi in un vero e proprio messaggio che segue un filo conduttore schietto e naturale che cattura sulla tela, sulla carta e sulla pietra. Le sue opere, costruite con questa formula, permettono di svolgere un lavoro fondamentale per la circolazione delle idee.
A parte il colore, il percorso artistico di Pirro è comunque caratterizzato da un'attenzione per le potenzialità allusive del segno. Vorrei partire da questa considerazione e analizzare quanto sia fondamentale per Pirro il segno in ogni attività. Il suo segno ha molteplici valenze e lo si può intendere come espressivo, dettagliato e metaforico. Quest’ultimo è una sorta di percorso evoluto che si rivaluta in senso direzionale, è una linea espressiva; nel suo caso è lineare, senza fratture, senza sbalzi e, quindi, è l’orma dell’evoluzione.

Stimolato da una crescente emozione verso l’Arte, ultimamente riscopre le proprie origini, ritrova i colori della sua terra, i paesaggi dell'infanzia, ottenendo autorevoli e prestigiosi riconoscimenti. Nel trasmettere il proprio bagaglio culturale con l'associazione di nuove tecniche tendenti a nuovi mezzi espressivi, ha portato ad ottenere risultati grandiosi, a prescindere dalla sua volontà.

Come testimonianza artistica, i suoi murales e mosaici hanno un posto particolare nel cuore di molti veneziani. L’Opera Pubblica I MURALES DI CAMPIELLO DEI SQUELINI è caratterizzata da estemporaneità ed è frutto di quel ceppo creativo di Marcello Pirro e bisognerebbe procedere al più presto al suo restauro: il suo valore e la sua grandezza meritano l'immortalità. Questo Venezia glielo deve.
Pirro ha attraversato in lungo ed in largo l'Europa e l’America, luoghi che hanno avuto un ruolo fondamentale nella personalizzazione della sua arte. Per un lungo periodo si è stabilito a Venezia, dove ha svolto gran parte della sua attività pittorica. Venezia per lui è diventata, di fatto, motivo conduttore della sua arte, nonché la sua “grande madre”. Come ogni artista è innamorato delle proprie opere, le stesse gli danno quella particolare emozione che lo porta a dipingere sempre di più. Le sue opere da sempre fanno parte di importanti collezioni italiane e straniere. La storia ci dimostra che molti artisti solo postumi hanno trovato la notorietà e l'apprezzamento dei più, mentre pochissimi godono della notorietà e del successo in vita e, uno di questi, è Marcello Pirro.

Come è avvenuto il primo passo verso l’arte? “Da giovanissimo (14 – 15 anni) ho fatto prima di tutto quello che fa un ragazzo di paese a quell’età, in più mi avventurai attraverso concorsi letterari (che allora erano seri) e in quello che il Mondo magico e perverso della letteratura e di tutte le altre arti. Vinsi il concorso: il II° Premio Stampa a Milano (Il I° Premio a Franco Mazzi di Chiavari) che mi ha dato la possibilità di conoscere quelli che poi risultarono i miei maestri e compagni di viaggio o di sventura: nella giuria c’era Salvatore Quasimodo, Raffaele Carrieri, Renato Guttuso, Elio Vittorini e Giuseppe Ungaretti”.
Da giovanissimo è venuto a Milano dove ha insegnato. Com’è avvenuto?

 “Ho insegnato per “chiamata” in diversi Istituti e Accademie prediligendo l’Architettura, da Venezia a Pisa a Pavia ecc. Questo per parlare di Istituti superiori. Per il resto, esperienze eclatanti come quelle dell’insegnamento ai pazienti alienati di Gorizia, di Arezzo, Scuole Elementari, Scuole Medie inferiori e superiori. Queste furono esperienze per me molto importanti e formative perché, mentre davo, ricevevo, senza mediazioni”.
Quale è stata la molla che è scattata per avere tanto amore per Venezia?

 “Prima di tutto nessuna molla perché arrivai a Venezia da soldato di leva. Curiosità certa. Grande, l’innamoramento, venne dopo, vivendola e lasciandomi vivere. Avevo una lettera di Guttuso e di Migneco per Armando Pizzinato, conoscevo Guidi, pertanto, tutto accadde così naturalmente”.

Come nacque il Murales del Campiello dei Squelini?

 “Esso è un mosaico che nacque così all’esterno dell’Università e a rischio perché troppo giovane per essere immortalato all’interno. Il fatto che me ne prendessi tutti i rischi, compresa quella dell’insapienza, non scandalizzò affatto. L’opera faceva parte di un progetto assai più complesso di quello da me realizzato, nel senso che in quel Campiello veniva a vivere un mosaico di Guidi, uno di Vedova e uno di Ortega. Quindi, quel Campiello diventava un modello interdisciplinare per individuarne altri per ridatare la città già sderenata. Il processo, dunque, da estetico diventava socio-estetico e, nel tempo, avrebbe abbracciato tutta la città. Il Mosaico, pertanto, fu concepito di quelle dimensioni (12 metri) già come opera pubblica proprietà della Città e del Quartiere di Dorso Duro”.

Come si è arricchita la sua vita?

 “Marginalmente, la mia vita a Venezia, e non solo a Venezia, si arricchì di esperienze teatrali, scrivendo due monologhi e una serie di racconti. Ho insegnato Danza Classica-Moderna e Arti Marziali. Presso la Casa Editrice Mondadori ho lavorato alla revisione cartacea del “Novecento triestino” e la rivista “La Voce”. Ho fondato nel 1964 la rivista di Lettere e Arti “La Città”. I miei scritti pubblicati allora, verranno ripubblicati a Venezia con un saggio di filologia a cura di Stefano Cecchetto”.

Su quale supporto pittorico preferisce dipingere? “Quello che più mi affascina è la carta in tutte le sue diversità e la sua ricchezza. Per quanto riguarda il dipingere mi va bene qualunque superficie e ne aggiorno i comportamenti”.

Quando si accosta alla tela ha già in mente il soggetto o preferisce lasciar fluire le emozioni e scoprire passo passo il realizzando?

“Di formazione sono un antico e, quindi, abituato a disegnare e ridisegnare quello che voglio dipingere affinché il tempo della pittura sia libero e vincolato. Per questo motivo dipingo pochi quadri perché preceduti da molti disegni per il risultato finale che deve essere, comunque, pittorico”.

Il suo dipingere è una provocazione o un cercare il senso della vita?

 “Il fatto stesso di dipingere o di scrivere o di far musica è di per sé una provocazione e la ricerca di qualcosa per dare sapore e senso alla vita”.

Il colore è il segno distintivo delle sue opere?

 “Il colore è un segno distintivo e antropologico. Anche se sono cresciuto a Milano, città che amo moltissimo, quando uso il giallo penso al sole della mia Puglia e il rosso al tramonto della mia Terra. Quindi, nella tavolozza di uno che dipinge ci sono le origini e le luci che lo accompagnano nella vita”.


Tensioni ed interrogativi, sono le sole emozioni per cui dipinge?

 “Queste, centamente, e non solo. Mentre dipingo, molte e molte altre emozioni si affacciano alla finestra fino a modificarne il risultato finale”.

Le sue opere sono anche rievocazione di attimi vissuti?

 “Il vissuto è determinante, per me e per gli altri, per il da vivere. Il da vivere, che è tutto da scoprire, è la premessa per continuare a fare”.

Preferisce realizzare le sue opere en plein aire o in studio?

“Il plein aire è stato vero per la prima fase degli impressionisti; il plein aire è dentro, dentro perché la luce è dentro”.

Il suo linguaggio pittorico è compreso da tutti?

“Oggi, il livello di analfabetismo si è ridotto, quindi, non devo raccontare la favola di Cappuccetto Rosso, ma lasciarla intuire per procedere”.

Come vive il rapporto con internet?

 “Internet è un “signore” che non conosco e, pertanto, non lo uso e non lo abuso; so che esiste e che è certamente importante, ma non indispensabile”.

Quali sono le prossime mostre o progetti?

 “Per quanto mi riguarda, ogni esposizione è un progetto. Gli appuntamenti espositivi prossimi sono a Venezia, Pavia e Abbiategrasso. A Venezia si sta lavorando perché, come sempre, all’interno della mia esposizione ci siano compresenti musicisti, poeti e danza classica, quindi, uno spazio pubblico capace di contenere queste ed altre inquietudini e rimandarle. A Pavia si mobiliterà l’Università capace di accogliere, come ha fatto sempre nel mio caso, e rimandare tutte quelle inquietudini di cui sopra. I musicisti e i poeti che interverranno sono miei contemporanei e anche dell’ultima generazione. Ad Abbiategrasso dovrebbe essere la stessa cosa di cui sopra”.

Continua ancora a dipingere e a scrivere?

 “La pittura e la poesia in me hanno sempre convissuto. Nei momenti critici della parola, la pittura è corsa in ausilio, come nei momenti di crisi della pittura è stata la poesia a dipanarne i nodi. Comunque, né l’una né l’altra hanno mai smesso di frequentarmi e tantomeno oggi che il mio stato di salute lascia a desiderare”.


Principia Bruna Rosco


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