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Pubblicata il 01/01/2018 alle 19:26:18 in Attualità

Diocesi Milano. Mons. Delpini: le Omelie per i Te Deum del 31 dicembre



I testi


(mi-lorenteggio.com) Milano, 1 gennaio 2017 - Ecco, i due testi che monsignor Mario Delpini, arcivescovo di Milano, ha pronunciato ieri, 31 dicembre, nelle celebrazioni del Te Deum a Milano: al Pio albergo Trivulzio e al San Fedele

Te Deum in s Fedele

Milano - 31 dicembre 2017.

La regola delle decime

 

           

            Presentiamo i nostri bilanci. Abbiamo fatto e abbiamo detto. Abbiamo speso e abbiamo guadagnato. Siamo cresciuti e siamo diminuiti. E’ andata bene; è andata male. 

I bilanci sono talora così esaltanti che diventa naturale brindare e compiacersi, godersi una  notte di follia per festeggiare.

I bilanci sono talora così disastrosi che viene spontaneo cercare di non pensarsi, lasciarsi andare a una notte di follia per dimenticare.

I bilanci sono talora così piatti che viene proprio voglia di qualche momento di allegria, di vivacità, di fantasia, provare leuforia di una notte di follia tanto per cambiare.

 

Leggendo i bilanci esaltanti e quelli disastrosi e quelli piatti vado a cercare quello che potrebbe dare sapore e splendore alle valutazioni di come sia andato lanno che si chiude. Vado a cercare dove sono registrate le decime destinate alledificazione del buon vicinato.

La legge delle decime non è una regola fiscale che si può calcolare come si fanno i conti di unimpresa o di un mercato; la regola delle decime non pretende ladempimento legalistico che ti mette la coscienza a posto quando puoi esibire la ricevuta del versamento; la regola delle decime non è il salasso imposto da un fisco esoso a rendere ulteriormente insostenibile l’intraprendenza e impossibile il benessere.

 

La legge delle decime è piuttosto la dichiarazione di un’appartenenza: poiché appartengo a questa umanità, a questa comunità e guardo a chi mi sta intorno come a fratelli e sorelle, metto in conto, in bilancio, il prendermi cura, il dedicare tempo, risorse, attenzioni all’ambiente in cui vivo e alle persone che vi abitano. La legge delle decime è esigente non per motivi quantitativi, non perché mi impone di calcolare in quanto consista il decimo di 10 torte, di qualche migliaio di parole, di 1000€. La legge delle decime è esigente perché vuole contrastare l’individualismo e desidera porre fine all’omertà e mettere in discussione ogni tolleranza nei confronti dell’illegalità, quella che diffida della legge e trasforma alcuni luoghi della città in una jungla. La legge delle decime vuole combattere l’indifferenza e uno stile omertoso: siccome tutti abbiamo qualche cosa da nascondere, allora non diciamo niente di quello che di clamorosamente illegale avviene sotto i nostri occhi, dei vandalismi che si compiono, le trasgressioni che accadono.

 Considero gli abitanti di questa città come persone con cui sono in debito, considero le istituzioni di questa città come alleate, considero me stesso, quello che ho, i miei beni e il mio tempo come una responsabilità 

La legge delle decime ti dice di non accontentarti di quanto è comandato, delle elemosine che fai cadere dal tuo benessere, vuol dire quel tratto di generosità creativa per cui questa città deve essere giustamente fiera e per cui va verso il suo futuro, fiduciosa. 



La legge delle decime è una forma di riconoscenza a Dio per la sua provvidenza che ci ha accompagnato quest’anno. In un certo senso la legge delle decime può coincidere con il rito delle primizie. Il popolo di Dio entra nella terra promessa, la riconosce dono di Dio e perciò offre a Dio le primizie del raccolto e dei frutti della terra. La gratitudine a Dio è forse diventata una espressione formale. Infatti mentre in altri contesti era normale e convincente domandare: che cos’hai che non hai ricevuto? Nel nostro contesto sembra più normale domandarsi il contrario: che cosho che non sia frutto della mia fatica, intelligenza, intraprendenza?

La legge delle primizie e della decima può aiutare a ridimensionare questo io” ingigantito dallillusione e dalla presunzione e suggerire una visione più modesta di sé e una interpretazione meno tragica della precarietà. Infatti lindividuo che presume di essere padrone e protagonista dalla sua vita deve censurare il senso del limite e il discorso sulla morte che contraddicono la pretesa di essersi fatti da sé

Riconoscere invece che tutto è dono, oltre che responsabilità, che tutto viene da Dio e insieme è frutto della fruttificazione dei talenti ricevuti da Dio dispone a un più sereno affidamento e, senza togliere nulla allintraprendenza personale, inserisce nel bilancio dei risultati lo spazio della gratitudine.

Dio non ha bisogno delle offerte degli uomini e la tradizione cristiana ha segnato con la qualifica della gratuità il rapporto di Dio con il suo popolo: perciò la legge delle decime e delle primizie non impone il versamento di una quota a Dio, che non ha bisogno di nulla; invece la legge delle decime e delle primizie semina nella gente quella logica della gratuità che preferisce la solidarietà allaccumulo, che sceglie uno stile di vita sobrio allesibizionismo della propria ricchezza, si domanda come il frutto buono di un lavoro buono possa essere un arricchimento per tutto il convivere fraterno, piuttosto che un incremento di potenza e di sperpero.

 

In questa logica della gratuità riconoscente celebriamo questo momento di sosta pensosa, di bilancio avveduto, di gratitudine corale: Te Deum laudamus. Tu Dio non hai bisogno delle nostre lodi né del nostro tempo né delle nostre offerte, ma noi sì abbiamo bisogno di pregare, di lodarti, di sostare in contemplazione, per riconoscere che la tua gloria riempie la terra e la nostra vita. E nella tua presenza sta la serenità con cui consideriamo il tempo che è passato, con le sue bellezze e i suoi squallori, e affrontiamo il tempo che viene, con le sue promesse e le sue incertezze.

Te Deum laudamus.

 



Te Deum - Pio Albergo Trivulzio

Milano - 31 dicembre 2017

 

Chiamati a guardare in alto

 

            1. La vita nella geometria piana è una vita ladra.

Il trascorrere del tempo che porta a fine anno induce a pensare il tempo come una linea che si traccia sul foglio complicato della vita. Una linea che scorre su un piano e va avanti: il passato resta indietro e il futuro deve essere ancora scritto. E’ una linea che va.

Quando si è giovani la vita sembra seducente. Come se dicesse: il passato non è niente, il passato è superato, il passato è una roba vecchia: avanti, avanti verso il futuro! là abitano i tuoi sogni, là potrai dare compimento ai tuoi desideri. Avanti! Avanti! E chi si lascia sedurre, si lascia alle spalle il passato e lo disprezza come superato e inutile e cerca, si affatica, prova, avvia cose, sempre inseguendo le promesse seducenti della vita.

Quando si diventa vecchi la vita sembra ladra. Come se dicesse: il meglio è nel passato! in passato sì che era bello, che c’erano cose buone, che c’era una società sana, che c’era questo e quello! e invece il futuro si presenta oscuro, opprimente, minaccioso.

Chi intende il tempo come una linea che si scrive su un foglio, arriva a fine anno e ha voglia di protestare contro la vita ladra: aveva promesso, ma dove sono i risultati? aveva incoraggiato ad andare avanti, ma avanti verso dove?

Più che da cantare il Te Deum, alla fine dell’anno viene voglia di protestare contro la vita ladra: ci ha rubato le speranza, ci ha spinto così avanti che il meglio è rimasto alle spalle e adesso è irraggiungibile.

 

            2. I cristiani non scrivono la vita nella geometria piana.

I discepoli di Gesù però contestano che la vita sia una linea che scorre piatta che conosce solo un prima e un dopo, che va sempre avanti e mai indietro. i discepoli ascoltano il Signore e credono che certo c’è il passato, c’è il presente e c’è il futuro, ma i cristiani credo che quello che salva tutto è il fatto che ci sia anche l’”alto”. Non guardate solo indietro per dire la nostalgia di quello che è passato o il rimorso per quello che si è fatto o il rammarico delle occasioni perdute; non guardate solo avanti per dire della casa delle speranza residue, per dire l’aspettativa di tempi migliori o il timore di momenti peggiori o l’incubo cupo dell’abisso misterioso. Guardate piuttosto in alto: fissate lo sguardo sulla rivelazione della città santa, la nuova Gerusalemme, la dimora del Dio vicino. Alzate lo sguardo e contemplate: la speranza non viene dalle promesse di una vita ladra e piatta che continua a promettere un futuro migliore del passato e poi costringe a rimpiangere un passato migliore del futuro. La speranza viene dalla promessa di Dio, dalla presenza di Dio che si prende cura di ciascuno di noi e terge ogni lacrima e prepara ogni consolazione.

 

            3. Il nostro Te Deum.

Cantiamo perciò il cantico della gratitudine per il bene ricevuto, per le promesse che attendono il compimento, per la grazia di poter alzare lo sguardo oltre le miserie presenti, oltre le delusioni e i dispiaceri.

Cantiamo il cantico della gloria di Dio perché la sua gloria avvolge la storia di ogni uomo e di ogni donna, ama la storia di ogni uomo e di ogni donna: tutto accoglie nella sua misericordia.

Accoglie il presente e la tristezza che talora l’affligge e offre la sorgente della gioia invincibile nella prossimità di Gesù, fatto carne per essere amico di ogni giorno

Accoglie il passato e il rammarico, il rimorso, il senso di colpa per quello che abbiamo sbagliato, per le parole buone non dette, per le occasioni perdute, per le cattiverie e le ferite, date e ricevute e tutto avvolge con la grazia singolare del perdono.

Accoglie il futuro e le paure che lo rendono cupo e tutto lo trasfigura con la promessa della provvidenza che non delude.

cantiamo il nostro Te Deum!  

 

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