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Pubblicata il 01/01/2018 alle 22:45:23 in Politica

Non cantavano i ragazzi del ’99!



Editoriale

di Valeria Acquarone


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Le tombe giovanissimi dei militari ignoti (italiani e austro-ungarici) sepolti sulle montagne del Trentino


(mi-lorenteggio.com) Milano, 1 gennaio 2018 - Mi ha profondamente colpito, e non in maniera positiva, il paragone tra i giovani del 1899 e quelli di 100 anni più tardi, accomunati da un gravoso impegno, i primi di una guerra di trincea, i secondi di una croce su una scheda: obbligatoria la prima, del tutto opzionale la seconda.

I primi erano ragazzi che conoscevano il lavoro, quello duro dei campi o della fabbrica, fin dai 5 o 6 anni, non avevano per lo più mai lasciato il paese o il rione in cui erano nati, molti firmavano con la croce, ma sapevano anche divertirsi, la domenica a ballare, le lunghe sere d’inverno nelle stalle a raccontarsi storie e a guardare -a debita distanza - le ragazze.  Non conoscevano vacanze, viaggi, regali, non erano coccolati e vezzeggiati, giocavano e si divertivano lo stesso, ma non rompevano le palle a nessuno, e nessuno protestava se la maestra li metteva in castigo dietro la lavagna.


                              


Poi, all’improvviso, il fronte, le trincee, la lontananza da tutto quello che era avevano conosciuto, la morte a portata di voce. E allora piangevano , e chiamavano la mamma, senza riuscire a capacitarsi di che cosa fosse loro successo,  e che cosa ci facessero lì, e neanche sospettavano chi ce li avesse mandati e perché.

Mio nonno, giovane uomo con 4 bambine piccole, che passò tutti gli anni della guerra nel fango delle trincee, e riuscì a tornare a casa, schivo, burbero, rosso di capelli e bersagliere di gambe, provò a farsene carico, a cercare di consolarli, a essere per loro un punto di riferimento. E così fecero gli altri veterani, qualche volta ci riuscirono, ma per lo più no, anche perché quei ragazzini senza malizia, che sapevano pascolare le mucche  o tirare una lima, non avevano la capacità di evitare i colpi dei cecchini, veterani anch’essi, e ben più esperti. Morirono praticamente tutti, chiamando la mamma, e non cantando, e credo che meritino un rispetto che oggi non sappiamo neppure immaginare. Vi prego, non facciamo paragoni

Valeria Acquarone


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