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Pubblicata il 14/04/2018 alle 17:45:40 in Scienze

Professione Biotecnologo: vincono i colletti bianchi



All’Assemblea dei Biotecnologi Italiani i dati su uno dei profili professionali più d’avanguardia: più del 50% non lavorano in laboratorio, ma restano protagonisti dell’innovazione


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(mi-lorenteggio.com) Verona, 14 aprile 2018 - Si è tenuta oggi, in una sala gremita presso l’Università degli Studi di Verona, l’Assemblea dell’Associazione Nazionale Biotecnologi Italiani (ANBI). Associazione nata nel 2001 per valorizzare quella che era una professione emergente e che ora conta circa 20.000 laureati nel nostro paese. “Nell’immaginario collettivo – spiega Davide Ederle, presidente ANBI – il biotecnologo è il classico camice bianco con la pipetta in mano. I dati che emergono dalle nostre rilevazioni, raccontano però un’altra storia. Il biotecnologo è sì protagonista nei laboratori, ma la maggior parte ha posato la pipetta per occuparsi, a vario titolo, di innovazione. Che poi è, di fatto, il motivo per cui questa figura professionale è nata: uscire dal laboratorio per trasformare il sapere in un saper fare”. Dai dati presentati emerge infatti che oltre la metà non si riconosce nemmeno più all’interno delle definizioni che contraddistinguono i vari corsi di laurea (biotecnologo agrario, industriale, medico, veterinario, farmaceutico) e così si trovano biotecnologi che si occupano di progettazione europea, gestione della qualità, proprietà intellettuale, normativa e processi autorizzativi, consulenza tecnica, marketing, gestione d’impresa, ma anche imprenditori, manager, comunicatori, giornalisti, insegnanti. Non solo dunque ricercatori e professori universitari, che pur non mancano, ma anche tutte quelle professioni che consentono ad un risultato scientifico di cambiarci la vita diventando prodotti e servizi. “Oggi si sta aprendo – sottolinea Paola Dominici, direttore del Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona che ha ospitato l'evento – la grande sfida della chimica verde nella quale le biotecnologie giocheranno un ruolo di primo piano e anche noi come Università, sul fronte formativo, dobbiamo preparare professionisti capaci di intercettare i bisogni in termini di competenze del settore”. "Il dato è molto chiaro, le imprese hanno sì bisogno di ricercatori, ma ancor di più persone con competenze capaci di trasformare la ricerca in innovazione. Questo è un messaggio importante – conclude Ederle – in particolare per i ragazzi che da grandi vogliono intraprendere questa carriera, o quegli studenti che hanno già iniziato il percorso per diventare biotecnologi. Il loro futuro, molto probabilmente, non sarà in un laboratorio ed è bene che siano fin da subito consapevoli e pronti a cogliere la sfida di un mondo del lavoro che chiederà loro molto di più che impugnare una pipetta”.

Redazione

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