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Pubblicata il 24/01/2010 alle 02:34:00 in Esteri

Haiti ferita nel cuore e nell’animo



L’agonizzante popolazione di Haiti, diventa la protagonista mondiale di un clima di forte tensione, e di un piano di coordinamento che crea ancora scompiglio e forti disagi sul piano politico e sociale

di Caterina Licata



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(da internet)



(mi-lorenteggio.com) Milano, 24 gennaio 2010 - Ancora disagi e una forte disorganizzazione sul piano politico investono Port-au-Prince, la capitale della Repubblica di Haiti.
Da giorni ormai si teme una vera e propria rivolta popolare, a causa degli insufficienti aiuti di cibo, medicine e pronti interventi che non riescono ad arginare lo stato di allarmismo diffuso nella capitale dopo la terribile scossa di terremoto che conta più di 100.000vittime.
Ma per capire meglio i problemi logistici che investono la martoriata località dell’America Latina, ripercorriamo alcuni cenni storico-geografici che le appartengono.
Innanzi tutto Haiti non è un’isola, come la maggior parte dell’opinione pubblica, forse per semplicità di linguaggio, sostiene.
La Repubblica di Haiti occupa la parte occidentale della grande isola Hispaniola, estesa per 76.200 km, per la restante porzione è occupata dal territorio della Repubblica Dominicana.
Abitata da sette milioni di abitanti, quasi tutte persone di colore, è l’unico paese del Centro America dove si parla la lingua francese.
Caratteristica peculiare non indifferente, è che lo Stato è indipendente da duecento anni, anzi è la prima Nazione dell’America latina a diventare uno Stato sovrano.
Tuttavia regimi dittatoriali feroci, come quello di Duvalier, hanno sempre presieduto nella realtà politica del paese, spesso causa di Colpi di Stato, ribellioni e sanguinose repressioni.
La religione più diffusa, come tutti i paesi latino-americani è quella cattolica, anche se dal 2003 i tenebrosi e suggestivi riti del Vudù, sono stati ufficialmente riconosciuti come religione dal governo di Port-au-Prince.
Il paese quindi, resta uno dei più poveri dell’area caraibica a causa della scarsa produttività del suolo, cattiva amministrazione, e un sistema politico malnutrito dall’egoismo della classe dominante.
Una realtà socio politica, che da sola basterebbe a spiegare le manchevolezze di uno dei paesi più poveri al mondo, una realtà locale che già sgretolata dalle inefficienze di regimi dittatoriali, diventa anche il bersaglio di una tragedia sismica che si trasforma in dolore civile e in un diritto alla vita che non trova voce.
In ogni momento della giornata, c’è una piccola possibilità di disseppellire corpi ormai vicini al freddo richiamo della morte, interventi sostanziali di cibo e di acqua basterebbero a sfamare corpi debilitati e privi di forze, un potenziamento del sistema sanitario ridurrebbe notevolmente il numero incessante di feriti e morenti.
Eppure sullo sfondo internazionale primeggiano ancora il dialogo, i concordati, il pianificare e coordinare, che non sempre sono in grado di sfamare le grida agonizzanti di una popolazione ferita nell’animo e nel cuore.

Caterina Licata

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