(mi-lorenteggio.com) -
CESANO B. - 23 DIC '06 -
"Cari amici, in questi giorni
sono rimasto molto colpito e
perplesso di fronte a ciò
che è avvenuto nella casa
di Piergiorgio Welby (per
quel che ne sappiamo) e
anche fuori della casa
(giornali, tv, campagna
politica, reazioni varie
composte e scomposte, ecc).
Discernere in questi casi è
difficile, ma necessario.
Altre persone più
competenti lo faranno,
tenendo conto dei diversi
piani umani in cui si
colloca questa vicenda
(personali, familiari,
medici, legislativi,
politici e religiosi) e che
oggi mi sembrano, sull'onda
dell'emotività, confusi tra
di loro. Mi sembra che ci
siano tanti simboli che con
violenza vengano tra loro
contrapposti o sovrapposti.
Ho pensato - per me
anzitutto - che il primo
passo sia quello di andare
"alle fonti" per
avere qualche criterio di
giudizio solido. Metterò in
chiesa questi fogli, ma mi
permetto di inviarli anche
alla vostra attenzione.
Riportano i numeri
dell'Enciclica "Evangelium
vitae" sull'eutanasia e
l'accanimento terapeutico e
la parte del dialogo
Marino-Martini sullo stesso
tema.
Ho pregato per il Parroco
della Parrocchia in cui
abitava Welby. Che cosa
avreste fatto voi? Non
chiedo risposta! Basti la
riflessione...
Ho pregato per Welby? E per
sua madre, e sua moglie?
Questa vicenda, non so se
per un voluto calcolo
politico e mediatico
(nonostante gli scioperi),
accade comunque la vigilia
di Natale... Per ora,
balbettando, mi sono detto:
in un contesto in cui, mi
sembra, siamo circondati da
tanti "individui"
che gridano "io, io
,io" nasce un bambino
(!!!) che dice "per
voi, per voi, per
voi"...
Chiedo scusa del disturbo.
Buon Natale!"
Don Franco Agnesi
Parroco della Parrocchia
di San Giovanni Battista a
Cesano Boscone
«Sono
io che do la morte e faccio
vivere» (Dt 32, 39): il
dramma dell'eutanasia.
(Giovanni Paolo II –
Enciclica Evangelium vitae,
1995)
64. All'altro capo
dell'esistenza, l'uomo si
trova posto di fronte al
mistero della morte. Oggi,
in seguito ai progressi
della medicina e in un
contesto culturale spesso
chiuso alla trascendenza,
l'esperienza del morire si
presenta con alcune
caratteristiche nuove.
Infatti, quando prevale la
tendenza ad apprezzare la
vita solo nella misura in
cui porta piacere e
benessere, la sofferenza
appare come uno scacco
insopportabile, di cui
occorre liberarsi ad ogni
costo. La morte, considerata
«assurda» se interrompe
improvvisamente una vita
ancora aperta a un futuro
ricco di possibili
esperienze interessanti,
diventa invece una «liberazione
rivendicata» quando
l'esistenza è ritenuta
ormai priva di senso perché
immersa nel dolore e
inesorabilmente votata ad
un'ulteriore più acuta
sofferenza. Inoltre,
rifiutando o dimenticando il
suo fondamentale rapporto
con Dio, l'uomo pensa di
essere criterio e norma a se
stesso e ritiene di avere il
diritto di chiedere anche
alla società di garantirgli
possibilità e modi di
decidere della propria vita
in piena e totale autonomia.
È, in particolare, l'uomo
che vive nei Paesi
sviluppati a comportarsi così:
egli si sente spinto a ciò
anche dai continui progressi
della medicina e dalle sue
tecniche sempre più
avanzate. Mediante sistemi e
apparecchiature estremamente
sofisticati, la scienza e la
pratica medica sono oggi in
grado non solo di risolvere
casi precedentemente
insolubili e di lenire o
eliminare il dolore, ma
anche di sostenere e
protrarre la vita perfino in
situazioni di debolezza
estrema, di rianimare
artificialmente persone le
cui funzioni biologiche
elementari hanno subito
tracolli improvvisi, di
intervenire per rendere
disponibili organi da
trapiantare.In un tale
contesto si fa sempre più
forte la tentazione
dell'eutanasia, cioè di
impadronirsi della morte,
procurandola in anticipo e
ponendo così fine «dolcemente»
alla vita propria o altrui.
In realtà, ciò che
potrebbe sembrare logico e
umano, visto in profondità
si presenta assurdo e
disumano. Siamo qui di
fronte a uno dei sintomi più
allarmanti della «cultura
di morte», che avanza
soprattutto nelle società
del benessere,
caratterizzate da una
mentalità efficientistica
che fa apparire troppo
oneroso e insopportabile il
numero crescente delle
persone anziane e
debilitate. Esse vengono
molto spesso isolate dalla
famiglia e dalla società,
organizzate quasi
esclusivamente sulla base di
criteri di efficienza
produttiva, secondo i quali
una vita irrimediabilmente
inabile non ha più alcun
valore.
65. Per un corretto
giudizio morale
sull'eutanasia, occorre
innanzitutto chiaramente
definirla. Per eutanasia in
senso vero e proprio si deve
intendere un'azione o
un'omissione che di natura
sua e nelle intenzioni
procura la morte, allo scopo
di eliminare ogni dolore. «L'eutanasia
si situa, dunque, al livello
delle intenzioni e dei
metodi usati».
Da essa va distinta la
decisione di rinunciare al
cosiddetto «accanimento
terapeutico», ossia a certi
interventi medici non più
adeguati alla reale
situazione del malato, perché
ormai sproporzionati ai
risultati che si potrebbero
sperare o anche perché
troppo gravosi per lui e per
la sua famiglia. In queste
situazioni, quando la morte
si preannuncia imminente e
inevitabile, si può in
coscienza «rinunciare a
trattamenti che
procurerebbero soltanto un
prolungamento precario e
penoso della vita, senza
tuttavia interrompere le
cure normali dovute
all'ammalato in simili casi».
Si dà certamente l'obbligo
morale di curarsi e di farsi
curare, ma tale obbligo deve
misurarsi con le situazioni
concrete; occorre cioè
valutare se i mezzi
terapeutici a disposizione
siano oggettivamente
proporzionati rispetto alle
prospettive di
miglioramento. La rinuncia a
mezzi straordinari o
sproporzionati non equivale
al suicidio o all'eutanasia;
esprime piuttosto
l'accettazione della
condizione umana di fronte
alla morte. Nella medicina
moderna vanno acquistando
rilievo particolare le
cosiddette «cure palliative»,
destinate a rendere più
sopportabile la sofferenza
nella fase finale della
malattia e ad assicurare al
tempo stesso al paziente un
adeguato accompagnamento
umano. In questo contesto
sorge, tra gli altri, il
problema della liceità del
ricorso ai diversi tipi di
analgesici e sedativi per
sollevare il malato dal
dolore, quando ciò comporta
il rischio di abbreviargli
la vita. Se, infatti, può
essere considerato degno di
lode chi accetta
volontariamente di soffrire
rinunciando a interventi
antidolorifici per
conservare la piena lucidità
e partecipare, se credente,
in maniera consapevole alla
passione del Signore, tale
comportamento «eroico» non
può essere ritenuto
doveroso per tutti. Già Pio
XII aveva affermato che è
lecito sopprimere il dolore
per mezzo di narcotici, pur
con la conseguenza di
limitare la coscienza e di
abbreviare la vita, «se non
esistono altri mezzi e se,
nelle date circostanze, ciò
non impedisce l'adempimento
di altri doveri religiosi e
morali». In questo caso,
infatti, la morte non è
voluta o ricercata,
nonostante che per motivi
ragionevoli se ne corra il
rischio: semplicemente si
vuole lenire il dolore in
maniera efficace, ricorrendo
agli analgesici messi a
disposizione dalla medicina.
Tuttavia, «non si deve
privare il moribondo della
coscienza di sé senza grave
motivo»:
avvicinandosi alla morte,
gli uomini devono essere in
grado di poter soddisfare ai
loro obblighi morali e
familiari e soprattutto
devono potersi preparare con
piena coscienza all'incontro
definitivo con Dio.
Fatte queste distinzioni, in
conformità con il Magistero
dei miei Predecessori
e in comunione con i Vescovi
della Chiesa cattolica,
confermo che l'eutanasia è
una grave violazione della
Legge di Dio, in quanto
uccisione deliberata
moralmente inaccettabile di
una persona umana. Tale
dottrina è fondata sulla
legge naturale e sulla
Parola di Dio scritta, è
trasmessa dalla Tradizione
della Chiesa ed insegnata
dal Magistero ordinario e
universale. Una tale pratica
comporta, a seconda delle
circostanze, la malizia
propria del suicidio o
dell'omicidio.
66. Ora, il suicidio
è sempre moralmente
inaccettabile quanto
l'omicidio. La tradizione
della Chiesa l'ha sempre
respinto come scelta
gravemente cattiva. Benché
determinati condizionamenti
psicologici, culturali e
sociali possano portare a
compiere un gesto che
contraddice così
radicalmente l'innata
inclinazione di ognuno alla
vita, attenuando o
annullando la responsabilità
soggettiva, il suicidio,
sotto il profilo oggettivo,
è un atto gravemente
immorale, perché comporta
il rifiuto dell'amore verso
se stessi e la rinuncia ai
doveri di giustizia e di
carità verso il prossimo,
verso le varie comunità di
cui si fa parte e verso la
società nel suo insieme.
Nel suo nucleo più
profondo, esso costituisce
un rifiuto della sovranità
assoluta di Dio sulla vita e
sulla morte, così
proclamata nella preghiera
dell'antico saggio di
Israele: «Tu hai potere
sulla vita e sulla morte;
conduci giù alle porte
degli inferi e fai risalire»
(Sap 16, 13; cf. Tb 13, 2).
Condividere l'intenzione
suicida di un altro e
aiutarlo a realizzarla
mediante il cosiddetto «suicidio
assistito» significa farsi
collaboratori, e qualche
volta attori in prima
persona, di un'ingiustizia,
che non può mai essere
giustificata, neppure quando
fosse richiesta. «Non è
mai lecito — scrive con
sorprendente attualità
sant'Agostino — uccidere
un altro: anche se lui lo
volesse, anzi se lo
chiedesse perché, sospeso
tra la vita e la morte,
supplica di essere aiutato a
liberare l'anima che lotta
contro i legami del corpo e
desidera distaccarsene; non
è lecito neppure quando il
malato non fosse più in
grado di vivere». Anche se
non motivata dal rifiuto
egoistico di farsi carico
dell'esistenza di chi
soffre, l'eutanasia deve
dirsi una falsa pietà, anzi
una preoccupante «perversione»
di essa: la vera «compassione»,
infatti, rende solidale col
dolore altrui, non sopprime
colui del quale non si può
sopportare la sofferenza. E
tanto più perverso appare
il gesto dell'eutanasia se
viene compiuto da coloro che
— come i parenti —
dovrebbero assistere con
pazienza e con amore il loro
congiunto o da quanti —
come i medici —, per la
loro specifica professione,
dovrebbero curare il malato
anche nelle condizioni
terminali più penose.
La scelta dell'eutanasia
diventa più grave quando si
configura come un omicidio
che gli altri praticano su
una persona che non l'ha
richiesta in nessun modo e
che non ha mai dato ad essa
alcun consenso. Si raggiunge
poi il colmo dell'arbitrio e
dell'ingiustizia quando
alcuni, medici o
legislatori, si arrogano il
potere di decidere chi debba
vivere e chi debba morire.
Si ripropone così la
tentazione dell'Eden:
diventare come Dio «conoscendo
il bene e il male» (cf. Gn
3, 5). Ma Dio solo ha il
potere di far morire e di
far vivere: «Sono io che do
la morte e faccio vivere» (Dt
32, 39; cf. 2 Re 5, 7; 1 Sam
2, 6). Egli attua il suo
potere sempre e solo secondo
un disegno di sapienza e di
amore. Quando l'uomo usurpa
tale potere, soggiogato da
una logica di stoltezza e di
egoismo, inevitabilmente lo
usa per l'ingiustizia e per
la morte. Così la vita del
più debole è messa nelle
mani del più forte; nella
società si perde il senso
della giustizia ed è minata
alla radice la fiducia
reciproca, fondamento di
ogni autentico rapporto tra
le persone.
67. Ben diversa,
invece, è la via dell'amore
e della vera pietà, che la
nostra comune umanità
impone e che la fede in
Cristo Redentore, morto e
risorto, illumina con nuove
ragioni. La domanda che
sgorga dal cuore dell'uomo
nel confronto supremo con la
sofferenza e la morte,
specialmente quando è
tentato di ripiegarsi nella
disperazione e quasi di
annientarsi in essa, è
soprattutto domanda di
compagnia, di solidarietà e
di sostegno nella prova. È
richiesta di aiuto per
continuare a sperare, quando
tutte le speranze umane
vengono meno. Come ci ha
ricordato il Concilio
Vaticano II, «in faccia
alla morte l'enigma della
condizione umana diventa
sommo» per l'uomo; e
tuttavia «l'istinto del
cuore lo fa giudicare
rettamente, quando aborrisce
e respinge l'idea di una
totale rovina e di un
annientamento definitivo
della sua persona. Il germe
dell'eternità che porta in
sé, irriducibile com'è
alla sola materia, insorge
contro la morte». Questa
naturale ripugnanza per la
morte e questa germinale
speranza di immortalità
sono illuminate e portate a
compimento dalla fede
cristiana, che promette e
offre la partecipazione alla
vittoria del Cristo Risorto:
è la vittoria di Colui che,
mediante la sua morte
redentrice, ha liberato
l'uomo dalla morte, «salario
del peccato» (Rm 6, 23), e
gli ha donato lo Spirito,
pegno di risurrezione e di
vita (cf. Rm 8, 11). La
certezza dell'immortalità
futura e la speranza nella
risurrezione promessa
proiettano una luce nuova
sul mistero del soffrire e
del morire e infondono nel
credente una forza
straordinaria per affidarsi
al disegno di Dio.
L'apostolo Paolo ha espresso
questa novità nei termini
di un'appartenenza totale al
Signore che abbraccia
qualsiasi condizione umana:
«Nessuno di noi vive per se
stesso e nessuno muore per
se stesso, perché se noi
viviamo, viviamo per il
Signore; se noi moriamo,
moriamo per il Signore. Sia
che viviamo, sia che
moriamo, siamo dunque del
Signore» (Rm 14, 7-8).
Morire per il Signore
significa vivere la propria
morte come atto supremo di
obbedienza al Padre (cf. Fil
2, 8), accettando di
incontrarla nell'«ora»
voluta e scelta da lui (cf.
Gv 13, 1), che solo può
dire quando il cammino
terreno è compiuto. Vivere
per il Signore significa
anche riconoscere che la
sofferenza, pur restando in
se stessa un male e una
prova, può sempre diventare
sorgente di bene. Lo diventa
se viene vissuta per amore e
con amore, nella
partecipazione, per dono
gratuito di Dio e per libera
scelta personale, alla
sofferenza stessa di Cristo
crocifisso. In tal modo, chi
vive la sua sofferenza nel
Signore viene più
pienamente conformato a lui
(cf. Fil 3, 10; 1 Pt 2, 21)
e intimamente associato alla
sua opera redentrice a
favore della Chiesa e
dell'umanità. È questa
l'esperienza dell'Apostolo,
che anche ogni persona che
soffre è chiamata a
rivivere: «Sono lieto delle
sofferenze che sopporto per
voi e completo nella mia
carne quello che manca alle
tribolazioni di Cristo nella
mia carne, a favore del suo
corpo che è la Chiesa»
(Col 1, 24).
La
fine della vita – Dialogo
tra Ignazio Marino e Carlo
Maria Martini - 2006
Martini: "Ma
credo che è giunto il
momento per il nostro
dialogo di passare ad
un'altra serie di problemi
che riguardano la vita, e
precisamente quelli che si
riferiscono alla fine di
essa. È necessario vivere
con dignità, ma per questo
morire anche con dignità.
Ora, come lei sa, qui si
pongono, soprattutto in
Occidente, problemi molto
gravi".
Marino: "Lei
pensa certamente anzitutto
all'eutanasia, una parola
attorno a cui si crea sempre
molta confusione
attribuendole diversi
significati. Per questo
preferisco non parlare in
astratto, ma esprimermi in
maniera molto concreta. Si
può o no ammettere che una
persona induca
volontariamente la morte di
un'altra, sebbene gravemente
ammalata e in preda a dolori
fisici devastanti, per
alleviare questo dolore? Di
fronte ad una situazione
irreversibile in cui la
morte è inevitabile,
ritengo sia assolutamente
necessaria la
somministrazione di farmaci
come la morfina, che
alleviano il dolore e
accompagnano il malato con
maggiore tranquillità nel
passaggio dalla vita alla
morte. È quanto viene
fatto, in queste drammatiche
circostanze, in tutte le
rianimazioni negli Stati
Uniti. Io stesso, pur
soffrendone perché un
medico vorrebbe sempre poter
salvare la vita dei suoi
pazienti, lavorando negli
Stati Uniti ho deciso
diverse volte di sospendere
tutte le terapie. È un
momento doloroso per la
famiglia e, le assicuro,
anche per il medico ma è
una onesta accettazione che
non si può fare più nulla
se non evitare di prolungare
sofferenze inutili e lesive
della dignità del paziente.
L'Italia è ancora
gravemente carente in
proposito, in assenza di una
legge che regolamenti la
materia al punto che se io
eseguissi lo stesso tipo di
procedimento nel nostro
paese potrei essere
arrestato e condannnato per
omicidio, mentre si tratta
solo di non accanirsi con
terapie senza senso. Non
sono invece d'accordo nel
somministrare una sostanza
velenosa per provocare
l'arresto del cuore del
malato e quindi indurre la
morte. E, pur condannando il
gesto, non sono tuttavia
certo che si possa
condannare la persona che lo
compie. Faccio un esempio:
in un recente film vincitore
del premio Oscar, dal titolo
'One Million Dollar Baby',
viene descritto il dramma di
una donna ridotta in stato
semivegetativo dopo un grave
incidente sportivo, che
chiede ad un uomo, il suo
principale punto di
riferimento nella vita, di
aiutarla a porre fine alla
sua sofferenza fisica e
psicologica. L'uomo
inizialmente rifiuta poi
accetta perché ritiene che
quello sia un atto d'amore
estremo verso l'essere umano
a cui si tiene di più. Pur
non riuscendo a giustificare
l'idea della soppressione di
una vita, mi chiedo, in
situazioni simili, come si
può condannare il gesto di
una persona che agisce su
richiesta di un ammalato e
per puro sentimento d'amore?
E d'altra parte è lecito
ammettere il principio di
non condannare una persona
che uccide?".
Martini: "Sono
d'accordo con lei che non si
può mai approvare il gesto
di chi induce la morte di
altri, in particolare se è
un medico, che ha come scopo
la vita del malato e non la
morte. Neppure io tuttavia
vorrei condannare le persone
che compiono un simile gesto
su richiesta di una persona
ridotta agli estremi e per
puro sentimento di
altruismo, come pure quelli
che in condizioni fisiche e
psichiche disastrose lo
chiedono per sé. D'altra
parte ritengo che è
importante distinguere bene
gli atti che arrecano vita
da quelli che arrecano
morte. Questi ultimi non
possono mai esser approvati.
Ritengo che su questo punto
debba sempre prevalere quel
sentimento profondo di
fiducia fondamentale nella
vita che, malgrado tutto,
vede un senso in ogni
momento dell'esistere umano,
un senso che nessuna
circostanza per quanto
avversa può distruggere. So
tuttavia che si può
giungere a tentazioni di
disperazione sul senso della
vita e a ipotizzare il
suicidio per sé o per
altri, e perciò prego
anzitutto per me e poi per
gli altri perché il Signore
protegga ciascuno di noi da
queste terribili prove. In
ogni caso è importantissimo
lo star vicino ai malati
gravi, soprattutto nello
stato terminale e far
sentire loro che si vuole
loro bene e che la loro
esistenza ha comunque un
grande valore ed è aperta a
una grande speranza. In
questo anche un medico ha
una sua importante
missione".
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