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In Lombardia le imprese artigiane di immigrati sono il 9,2%

Ultimo aggiornamento il 7 Novembre 2008 – 14:15

Milano, 07 novembre 2008 – E’ un fenomeno ormai rilevante quello dell’immigrato in Lombardia diventato imprenditore artigiano, fenomeno che è stato analizzato da una ricerca dell’IreR (Istituto Regionale di Ricerca), presentata in un convegno a Milano. "Una realtà che – come l’ha descritta l’assessore all’Artigianato e Servizi, Domenico Zambetti – dimostra come siamo una Regione aperta al mondo e a chi, da diverse parti del mondo, sceglie la Lombardia come casa per costruirsi non solo un’attività imprenditoriale ma anche la prospettiva di una vita".
E i numeri lo confermano: si parla infatti di un 9,2% di imprese artigiane nate dall’immigrazione, cioè circa 24.000 su un totale di 267.000. Un fenomeno, quindi, sostanzialmente positivo, ma che nasconde talora risvolti che meritano attenzione.

L’impreditoria immigrata nell’artigianato, che ha conosciuto una spettacolare espansione nel volgere di pochi anni, contribuendo al ricambio generazionale in diversi settori, rappresenta una strategia di mobilità professionale per coloro che sono in Italia da un certo numero di anni, ma spesso cela fenomeni di ricorso improprio a soluzioni contrattuali diverse dal lavoro dipendente o rappresenta un modo per regolarizzare la propria posizione o rinnovare il permesso di soggiorno.

La ricerca IReR consente anche di disegnare un identikit del neo imprenditore immigrato: in nove casi su dieci si tratta di uomini tra i 26 e i 45 anni, che possiedono un diploma per il 42% e una laurea nel 15% dei casi, in prevalenza coniugati (3 su 10 con italiani). La loro provenienza è in particolare da Egitto, Romania, Albania, Perù e Marocco. Un dato forse non sufficientemente conosciuto: 6 di essi su 7 disponevano già di una stabile occupazione in patria.

Per quanto riguarda i settori di attività, l’immigrazione si rivolge specialmente all’edilizia (albanesi, egiziani, tunisini in testa) alla pulizia e ai trasporti, mentre un riferimento particolare va al tessile, cui si dedica il 57% dell’imprenditoria cinese.
Come investono i profitti? Nel 62,9% dei casi gli utili vengono accantonati per le necessità famigliari o inviate ai paesi d’origine (5,0%), per il 13,7% viene reinvestito nell’impresa, mentre il 16,4% delle volte non compaiono significativi profitti.

Sintomatiche anche le percentuali relative alle prospettive di lavoro: il 29,8% intende lavorare fino alla pensione, ma il 24% fino a che non avrà guadagnato abbastanza o sarà ritornato al proprio paese (7,5%) e per il 18,4% si tratta di una sistemazione provvisoria o propedeutica per una più ampia iniziativa imprenditoriale (13,4%).
E i figli cosa pensano dell’attività paterna? Non ne hanno mai voluto sapere (45,3%) , non ne hanno ancora parlato (24,9%), hanno un certo interesse (10,1%), la considerano un momento di passaggio (9,0%), mentre il 7,0% di essi è sicuramente interessato e il 3,8% lo è anch’esso ma vuole cambiare tutto.

Redazione

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