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Lombardia. La Sanità che funziona, ecco da dove ripartiamo

(mi-lorenteggio.com) MIlano, 18 settembre 2012 – Riceviamo e pubblichiamo:

In questi ultimi mesi si è fatto un gran parlare, spesso a sproposito, attorno alle supposte ‘disfuzioni’ del Sistema Sanitario Lombardo. Polemiche, di sovente strumentali, che hanno contribuito a sollevare un gran polverone agli occhi dei cittadini. I fatti, però, sono ben altri e con questo mio intervento vorrei tentare di riportare a galla la verità.
Il modello sanitario della Giunta della Regione Lombardia è tutto fuorché un disastro. Voglio ricordare che tra i primi 10 istituti di ricerca sanitaria europei, sei sono lombardi (San Raffaele, Policlinico, San Matteo, Tumori, Ieo, Maugeri) mentre i nostri centri oncologici sono eccellenze internazionali.
Regione Lombardia ha investito in 10 anni 4,5 miliardi di euro per costruire 8 nuovi ospedali e avviato 600 interventi sulla edilizia sanitaria. Non va poi dimenticato che 5 milioni di Lombardi, ovvero, la metà della popolazione, non pagano il ticket.
La spesa della Sanità pubblica italiana corrisponde al 7,2 per cento del PIL, in Lombardia questo dato scende al 5,4 per cento. Un valore assai contenuto, specie se si considera il rapporto costi/benefici.
Non va, inoltre, sottaciuto il fatto che il finanziamento pro capite da parte dello Stato, nella nostra Regione è sottodimensionato rispetto alle altre Regioni: 500 milioni di euro in meno all’anno rispetto alla media nazionale, con una spesa sanitaria pubblica corrente pro capite di 1.758 euro contro la media nazionale di 1.821 euro.
I nostri tanto criticati Bilanci sono senza buchi da 11 anni a questa parte. Ossia, da quando tale obbligo è stato stabilito per legge. In aggiunta a questo traguardo già considerevole, Regione Lombardia corrisponde a quasi la metà del Fondo di Solidarietà a favore delle altre Regioni (nel 2010 il contributo è stato di 4,2 miliardi di euro su un totale di 8,7).
Più volte si è poi sostenuto che in Lombardia ci sarebbe un numero troppo elevato di posti letto accreditati per le strutture private. Anche qui alla fine sono i numeri a parlare da soli: i posti letto accreditati e attivati sono 39mila, di questi il 21,7 per cento appartiene a strutture private. Un dato che ci colloca all’ottavo posto a livello nazionale – siamo meno ‘privatizzati’ della Regione Emilia Romagna – e, soprattutto, in linea con la media che è del 21,3 per cento.
Mi piace, poi, citare altre statistiche sul grado di “attrattività” del nostro sistema sanitario che detiene il primato assoluto nazionale. Che in tanti vengano a farsi curare in Lombardia – talvolta, non solo da altre parti d’Italia ma anche dall’estero – è cosa nota. Ma è bene non dimenticarselo mai: nel 2009 (ultimo dato ufficiale disponibile) il saldo tra ingressi e uscite era di oltre 72 mila unità, l’Emilia Romagna seguiva con un distacco ‘solo’ del 35%.
Credo che questa ‘fotografia dell’esistente’ sia importante non solo per rendere giustizia rispetto ad una campagna mediatica di dileggio a volte feroce e non onesta intellettualmente parlando, ma soprattutto per porsi nuovi obiettivi per il futuro.
Senza dubbio due ambiti sui quali molto è stato fatto ma molto, in prospettiva, si può ancora fare sono quelli inerenti la qualità e l’appropriatezza delle prestazioni sanitarie, e la medicina territoriale. Il primo campo d’azione è perfettamente coerente con le ultime indicazioni in materia di spending review giunte dal Governo.
In particolare, dal 2007 al 2010 abbiamo assistito nella nostra Regione ad un calo dei ricoveri del 18%(passando da 193 mila a 158 mila).
Di risulta ciò deve significare un forte impegno a trovare percorsi alternativi ma assolutamente appropriati ed efficaci, rispetto alle condizioni del paziente.
In questo senso, ritengo che molto si debba fare rispetto a quel concetto di ‘rete allargata’ sul territorio nei percorsi d’accompagnamento socio sanitari d’assistenza al malato.
E qui mi collego all’altro ambito della questione, quello della medicina territoriale.
Ritengo che la cura della cronicità e lo sviluppo delle funzioni territoriali degli ospedali rappresentino due tra le sfide più importanti per il futuro della Sanità contemporanea. Richiedono approcci e metodologie all’avanguardia, che sappiano coniugare un servizio efficiente e di qualità con esigenze di controllo di spesa.
Da questo punto di vista nella nostra Regione sono state già attivate strutture intermedie tra l’ospedale e il territorio per l’erogazione di cure sub-acute.
L’obiettivo che, a questo proposito, va portato avanti è quello di riuscire ad assistere sempre meglio quei pazienti che, pur avendo superato la fase d’instabilità e di criticità clinica, continuano ad avere bisogno di assistenza.
Secondo questa logica si sta lavorando nell’ottica di ‘attrezzare’ ospedali medio –piccoli con sole alcune specialità. Mi viene in mente, guardando al mio territorio di provenienza, all’ospedale di Cuggiono, dove si è creato un reparto dedicato ai lungo degenti che hanno superato la fase critica ma che, comunque, necessitano di un periodo di riabilitazione per la ripresa definitiva.
Sempre in ambito di medicina territoriale l’altro campo dove sono notevoli i margini di miglioramento è quello riguardante una nuova modalità di presa in carico di pazienti cronici (CREG Chronic Related Group). Una sperimentazione avviata in 5 ASL lombarde che sta dando esiti positivi, in quanto, permette in anticipo di stabilire una quota di risorse per ogni categoria di pazienti, garantendo continuità ai servizi extraospedalieri, garantisce risparmi potendo prevenire eventuali fasi acute della patologia. Infine, contribuisce in modo significativo a migliorare le condizioni di salute generale degli assistiti.
Sono convinto che una volta messo a regime, questo nuovo approccio, potrà essere esteso a tutto il territorio regionale, consentendo una migliore e più efficace gestione di tutte le patologie croniche e non solo, all’interno di parametri di appropriatezza terapeutica e di economicità.

Sante Zuffata

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