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41ª edizione del Forum The European House – Ambrosetti a Villa d’Este: l’intervento del Presidente Mattarella

Ultimo aggiornamento il 5 Settembre 2015 – 15:42

(mi-lorenteggio.com) Roma, 5 settembre 2015 – Ecco, il il testo dell’intervento in videoconferenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla 41ª  edizione del Forum The European House – Ambrosetti a Villa d’Este "Lo Scenario di oggi e domani per le strategie competitive”:
"Rivolgo un saluto cordiale al moderatore, ai relatori e ai partecipanti al Forum "Ambrosetti". Al centro della vostra discussione è stata, opportunamente, posta "l’agenda per l’Europa".
Credo che questa agenda sarà tanto più efficace quanto più eviterà di limitarsi a una lista di interventi di emergenza.
La logica emergenziale sta rendendo l’Europa più debole, i suoi cittadini più insicuri e produce diffidenze tra gli Stati membri. Occorre, al contrario, una visione adeguata di lungo periodo ; e consapevolezza del destino comune. Va sconfitta la paura e il senso della comunanza di interessi deve tornare ad essere la base della strategia continentale. Le crisi non devono paralizzarci. L’Europa, come sottolineava Jean Monnet, si è fatta nelle crisi ed è attraverso le crisi che statisti illuminati hanno saputo intravedere, e perseguire, obiettivi di crescita.

L’Europa si trova nel pieno di un passaggio storico simile a quelli indicati da Monnet. Vorrei far riferimento a due questioni cruciali, rispetto alle quali avvertiamo che, oggi, l’azione dell’Europa manca di efficacia.
Lo avvertiamo nelle carenze nella governance economica di questi anni.
Lo avvertiamo di fronte alle tragedie, spaventose, di profughi e di migranti, purtroppo sempre più frequenti.
Sul primo versante, la carenza di governance incrementa le disparità interne all’Unione, ostacola la capacità di promuovere la crescita, impedisce all’Europa di giocare un ruolo nelle crisi globali (come è accaduto di recente quando è arrivato il vento delle Borse cinesi).
C’è un filo che lega le nostre impotenze ai nostri egoismi particolari. Questi precludono all’Unione la possibilità di giocare un ruolo di equilibrio, autorevole e incisivo, nello scenario globale. Frenano la capacità di definire, all’interno del Continente, una politica economica, attenta alla stabilità delle finanze pubbliche, ma anche in grado di valorizzare le potenzialità, le risorse e il capitale umano di cui l’Europa dispone, riducendo gli squilibri territoriali e sociali.
Abbiamo evitato l’uscita della Grecia dalla zona euro, abbiamo implementato il Meccanismo europeo di stabilità, abbiamo avviato l’Unione bancaria: non manca, insomma, capacità di reazione quando ci si avvicina al punto di rottura. E’ un fatto certamente positivo ma non è sufficiente.
Sull’altro versante di crisi, quello dell’immigrazione, le chiusure, illusorie, e le inerzie smentiscono drammaticamente i valori della nostra civiltà. Le immagini strazianti – come quelle del piccolo Aylan – confliggono con questi valori, anzi confliggono con la nostra stessa idea di umanità. La commozione a volte perfora la corazza dell’indifferenza, ma siamo lontani dalla percezione del carattere epocale e della dimensione del fenomeno migratorio. E’ ancora lunga la strada di politiche comuni, di risposte all’altezza della sfida. Lo spettro che a volte compare è l’Europa della paura, dei muri, dei veti: è l’Europa che insegue e, così facendo, alimenta nazionalismi e populismi.
Al di là della coincidenza temporale, cosa vi è in comune tra queste due crisi, quella delle economie e quella migratoria ?
Di certo, da queste crisi non si potrà uscire con le ricette del passato. Non devo ricordare ai partecipanti a questo Forum come l’orizzonte cui guardano, e di cui hanno bisogno, imprenditori e operatori economico-finanziari abbia confini ormai ben più estesi di quelli nazionali. Imprenditori e operatori economico-finanziari sono interlocutori necessari per gli Stati nazionali ma questi – gli Stati nazionali – non sono più interlocutori necessari o, comunque, decisivi per imprenditori e operatori.
Questa stessa condizione di asimmetria, di sproporzione, di inadeguatezza degli Stati nazionali, contrassegna anche il loro rapporto con il fenomeno migratorio.
Anche per queste ragioni, malgrado lo spirito critico con cui si guarda ai limiti dell’Europa di oggi, mi sento, personalmente, più europeista che mai. Accanto alle motivazioni ideali, all’ammirazione per la sagacia, il coraggio e la visione storica dei fondatori, quel che accade rende sempre più evidente l’esigenza di sempre maggior integrazione, non soltanto attraverso politiche omogenee ma, necessariamente, anche attraverso adeguate istituzioni comuni.
E’ un’illusione pensare che la fine dell’euro, o un suo indebolimento, possa restituire agli Stati nazionali la sovranità perduta: è la storia a renderne inattuali alcuni elementi.
Senza Unione tutti i Paesi europei diventerebbero più poveri, con il ritorno ad asfittici mercati nazionali bloccati alla frontiera: l’economia pagherebbe un prezzo ancora maggiore, con la perdita, prima ancora delle potenzialità produttive e commerciali, di quei beni immateriali che sono diventati la struttura connettiva delle nostre società e del nostro modello civile, a partire dalla cittadinanza europea. Le politiche europee – siano quelle del mercato comune del lavoro indicate dai Trattati, siano quelle del mercato dell’energia e delle infrastrutture, delle telecomunicazioni, della politica spaziale, della coesione regionale – sono parte della nostra vita quotidiana di cui non riusciremmo più a fare a meno. E che, piuttosto, dobbiamo incrementare.
Al tempo stesso è un’illusione immaginare che sospendere le regole di Schengen, o dar vita a un loro ambito di serie A e a uno di serie B, possa garantire a una parte dell’Europa la sicurezza che si teme minacciata. Il tentativo di chiusura delle proprie frontiere si sta rivelando, come era inevitabile, illusorio, a fronte delle dimensioni dei flussi migratori.
Si tratta di un fenomeno di portata inedita, con la prospettiva di flussi sempre più imponenti senza adeguate risposte strategiche. Per questo, in questi giorni, alcuni paesi fondatori hanno richiamato l’intera Unione ad assumere un’azione comune ed efficace.
Questi due versanti di crisi incalzano, con tempi veloci. Non è possibile, rispetto ad essi, imboccare scorciatoie, pensando di lasciare il compito di affrontare i problemi a chi governerà dopo, perché il dopo è già arrivato.
Ecco perché l’Europa è un percorso storicamente obbligato. Occorre manifestare la stessa disponibilità con cui l’Unione ha aperto, con immediatezza, le sue porte ai paesi dell’Est europeo, facendo prevalere, su ogni altra considerazione, la ragione ideale della riunificazione del Continente. La ragione storica, ideale, coincide, questa volta, con la convenienza, con l’ interesse dell’Unione e dei suoi Paesi.
Bisogna essere consapevoli che i traguardi raggiunti non sono garantiti per sempre. Democrazia e società del benessere storicamente hanno trovato la loro realizzazione nella dimensione degli Stati nazionali. Oggi possiamo difenderle soltanto in una dimensione continentale. In uno spazio più angusto rischiano di deperire.
Per quanto riguarda l’euro occorre passare da regole comuni a istituzioni comuni: il presidente Mario Draghi è stato molto efficace nel sintetizzare questo obiettivo, che condivido pienamente. La moneta unica conteneva una promessa che non è stata sinora mantenuta: quella dell’unità politica. La moneta unica non era un punto di arrivo ma piuttosto un passaggio fondamentale, per dar vita a una nuova fase del processo di integrazione. Avrebbe dovuto indurre a realizzare strumenti per iniziative di politica economica comuni.

La crisi ha messo in luce l’incompiutezza dell’eurosistema e deve indurci a recuperare con urgenza il tempo fin qui perduto. Certo, i ritardi hanno reso più complicata questa strada. Ma, lo ripeto, non è possibile rinunciarvi. I percorsi non sopportano di essere congelati all’infinito: si degradano, regrediscono.

Redazione

Opportunamente si è aperta a livello continentale una discussione sulla governance dell’area dell’euro, che in sostanza coinvolge l’intera architettura dell’Unione. Non è mio compito entrare nel merito di un confronto, su cui devono esprimersi governi e parlamenti.

Credo, però, di poter dire che si pone fortemente l’esigenza di una maggiore integrazione, di un governo più coinvolgente, e democratico, dell’area euro. Le politiche economiche non possono essere affidate esclusivamente ad ambiti rigidamente intergovernativi o, ancor meno, a vertici tra due o tre leader. Per il loro governo occorre, nelle forme che si riterranno opportune, un’istituzione di segno comunitario. Ed è necessario che il tavolo dell’eurozona abbia anche una base democratico-parlamentare su cui poggiare. Non ci si può limitare alla moneta unica e al ruolo prezioso della Banca Centrale Europea.

Tornando al fenomeno migratorio, è necessario alzare lo sguardo. Speriamo che si inizi bene con la prossima riunione straordinaria sull’immigrazione, a metà di settembre, per proseguire poi con la conferenza di novembre a La Valletta, che dovrebbe legare questo tema a un rafforzamento della cooperazione con i Paesi da cui provengono i flussi migratori.

Occorre connettere politiche serie e lungimiranti, che affrontino in primo luogo nelle opportune sedi internazionali, le cause immediate e remote all’origine dei fenomeni migratori, che rendano gestibili i flussi, possibile l’integrazione di chi cerca e trova lavoro, più sicure le nostre città. La serietà di queste politiche passa per una collaborazione con i Paesi più poveri, per investimenti che possano favorire la loro crescita e rimuovere le condizioni di invivibilità che spingono i loro cittadini a sfidare qualunque pericolo pur di giungere in Europa; spazio di benessere, di pace, di sicurezza dei diritti. Passa anche, naturalmente, per intese che riescano a stroncare la tratta di esseri umani e a colpire i trafficanti.
Mi auguro che si stia aprendo davvero la strada per regole finalmente comuni sul diritto di asilo. Superare con regole nuove, condivise e adeguate all’oggi il vecchio accordo di Dublino è un necessario passo in avanti.
L’alternativa non è tra la resa a un’invasione e la presunta difesa della ”Fortezza Europa”. L’alternativa è tra un’Europa protagonista del proprio destino e un’Europa che subisce gli eventi senza saperli governare.
Il mondo è in movimento, sulle gambe di milioni di donne, uomini, bambini: un esercito inerme, che marcia alla ricerca della propria salvezza. Cosa possiamo opporre alle loro ragioni ? Sono loro, che fuggono dalla violenza e dalla morte, il nostro nemico ? O il nemico, piuttosto, va visto nelle guerre e nel terrorismo internazionale, variamente alimentato, che vanno contrastati con decisione, anzitutto sul piano della cultura e della libertà ?
La direttrice Nord-Sud è fondamentale per l’agenda europea. Non si può pensare che la frontiera a est sia quella più sensibile per l’Europa.
Una politica comune europea – capace di relazioni economiche di pace nel Mediterraneo – è anche l’arma migliore di cui disponiamo nei confronti del terrorismo.
La pressione di Daesh si estende ormai in tutti i Paesi del Nord Africa, e punta, con evidenza, a insediare avamposti nelle periferie più disgregate delle città europee. L’antidoto migliore che possiamo opporre è prosciugare i giacimenti di odio, promuovere cooperazione, dimostrare che le democrazie sono più credibili e attraenti perché offrono opportunità di vita, di sviluppo, di tutela dei diritti anziché morte e distruzione.

In questa sfida globale, abbiamo il dovere di ammodernare il nostro Paese e renderlo migliore. Una priorità è certamente l’affermazione della legalità, la lotta a ogni forma di corruzione, il contrasto intransigente verso le mafie di ogni natura.
Anche in questo caso non si tratta soltanto di un auspicio di ordine morale, ma di una questione molto concreta. I fenomeni di illegalità e di corruzione non inquinano solo la convivenza civile, ma penalizzano la società, l’economia, e anche la qualità della democrazia.
E’ bene che l’opinione pubblica abbia sviluppato una acuta sensibilità al riguardo. Non credo affatto che la corruzione e l’illegalità siano una malattia prevalentemente italiana, ma spero che i nostri strumenti di rilevazione restino sempre attivi.

Quando usciamo dal nostro Paese ci accorgiamo dell’apprezzamento della nostra storia, della nostra cultura, della nostra creatività. Le istituzioni hanno il dovere di essere al servizio della qualità italiana e del suo sviluppo. Expo, poc’anzi citato dal moderatore Enrico Letta, ne è stato dimostrazione. I dati di questi mesi mostrano che la strada di un nuovo sviluppo italiano è percorribile. Dobbiamo tutti coglierne, con prontezza, le occasioni.

Il futuro dell’Italia ha un legame fortissimo con il destino dell’Europa. L’agenda europea è la nostra agenda. A cominciare dall’equilibrio necessario tra disciplina di bilancio e prospettive di crescita economica e sociale. La stabilità economica non può riguardare soltanto la moneta e la finanza, dove molti passi sono stati fatti, ma deve riguardare anche la crescita e l’occupazione.
Abbiamo, come Paese, un oneroso debito pubblico: questo tuttavia va considerato insieme al grande risparmio privato degli italiani, il che ci aiuta a partecipare senza complessi al confronto nell’Unione.
La gestione del nostro debito richiede scelte responsabili e fiducia dei mercati, degli altri Paesi, dei nostri concittadini. Quando siamo stati chiamati a sacrifici, anche dolorosi, li abbiamo fatti.
Con la stessa fermezza ed energia dobbiamo ora saper operare affinché tutta la politica europea, e le sue istituzioni, si orientino verso investimenti strategici, verso la ricerca, l’innovazione, la sostenibilità.
Il problema del lavoro riguarda l’intera Europa: non può essere ridotto all’ultima delle variabili economiche.
In definitiva, più Europa. Non vuol dire più vincoli, più burocrazia. Più Europa è la consapevolezza che questa è la dimensione della sfida globale.
Noi ci impegneremo per questa strategia. Sentiamo questo compito anche come Paese fondatore dell’Unione europea. Tutti i Paesi hanno un ruolo e una responsabilità cruciale in questo passaggio epocale. I fondatori, che non si arresero, oltre 60 anni fa, al naufragio della Ced, hanno ancora oggi – io credo – una responsabilità, particolare, nel contribuire ad aprire una stagione di rilancio dell’Unione".

Redazione

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