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DIOCESI MILANO. ARMIDA BARELLI E DON MARIO CICERI, NUOVI BEATI AMBROSIANI

IN DUOMO LA CELEBRAZIONE PRESIEDUTA DAL CARDINALE SEMERARO: «NELLE LORO STORIE DI SANTITÀ SI MANIFESTA LA FORZA DELLO SPIRITO». DELPINI: «PIÙ SI CONOSCONO I DUE BEATI E PIÙ SI SCOPRONO VIVI E IMITABILI»

Milano, 30 aprile 2022 – È da poco terminata in Duomo la solenne celebrazione eucaristica per la beatificazione dei Venerabili Servi di Dio Armida Barelli e Mario Ciceri.

In una Cattedrale dove tutti 1.800 posti a sedere erano occupati, ha presieduto la Messa, come rappresentante di papa Francesco, il cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Numerosi i concelebranti: tra loro il cardinale Francesco Coccopalmerio, l’Arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, il Vicario generale della Diocesi di Milano, mons. Franco Agnesi, l’Assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica, mons. Claudio Giuliodori, l’Assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica Italiana e vescovo di Orvieto-Todi, mons. Gualtiero Sigismondi e altri 24 vescovi.

Nell’assemblea diversi i rappresentanti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dell’Azione Cattolica Italiana e dell’Istituto delle Missionarie della Regalità di Cristo, tre realtà intimamente legate alla figura di Armida Barelli, insieme ad autorità e cittadini di Veduggio e Sulbiate, i paesi in cui don Mario Ciceri è nato e ha svolto il suo ministero.

Dopo la lettura dei profili biografici dei due nuovi beati e un momento di preghiera per aiutare i presenti a entrare nel clima della celebrazione, si sono susseguite le tappe previste dal rito della beatificazione: in particolare sono state svelate le immagini di Armida Barelli e don Mario Ciceri, ai lati del tabernacolo, e sono state portate all’altare le loro reliquie.

Nella sua omelia, il cardinale Semeraro ha sottolineato: «Di entrambi (i nuovi beati) possiamo dire che sono “cresciuti”. Don Mario Ciceri s’impegnò quotidianamente a smussare alcune spigolosità caratteriali giungendo a mostrare in sé un efficace connubio tra vita spirituale e vita pastorale al punto che tutti riconobbero in lui un sacerdote che realizzava con zelo e in fedeltà la sua vocazione. È stato paragonato al santo Curato d’Ars. Anche Armida Barelli “camminò nell’amore” con una costante limatura del suo temperamento. Mentre veniva consumata dall’infermità il beato Ildefonso Schuster disse di lei: “Il Re Divino sta cesellando il suo gioiello”».

Dopo avere ricordato alcuni tratti della personalità delle due figure, il Cardinale ha concluso: «In queste storie di santità, umili e nascoste come quella del beato Mario Ciceri, oppure pubbliche e note come quella della beata Armida Barelli si manifesta sempre la forza dello Spirito, che il Risorto possiede senza misura».

Tra le intenzioni lette durante la “Preghiera universale” celebranti e assemblea hanno pregato “per i ragazzi, i giovani e per l’opera formativa dei nostri oratori”, “per tutte le donne”, “per i docenti e gli studenti universitari e per il mondo della cultura”.

Al termine della celebrazione è intervenuto l’Arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini: «Le foto che ci fanno conoscere la beata Armida e il beato Ciceri – ha detto nella sua breve riflessione – forse ci fanno pensare alle vecchie zie e al vecchio zio prete che sono tanto cari e insieme tanto improbabili e anacronistici. In realtà più si conoscono e più si scoprono vivi e imitabili».

L’Arcivescovo ha poi aggiunto a sorpresa un piccolo annuncio personale: «Ho deciso che celebrerò il mio onomastico non più il 19 gennaio, ricordando san Mario, martire del terzo secolo; lo celebrerò invece il 14 giugno, memoria del beato Mario Ciceri, un santo prete ambrosiano».

Chi sono i due nuovi beati

Armida Barelli (1882-1952) è stata fondatrice della Gioventù Femminile dell’Azione Cattolica e cofondatrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dell’Istituto secolare delle Missionarie della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo e anche dell’Opera della Regalità per la liturgia. Ha contribuito a formare migliaia di giovani donne che attraverso l’esempio della “Sorella Maggiore” hanno imparato ad amare Dio, il prossimo, la Chiesa e a spendersi attivamente nella società del proprio tempo.

Nato in Brianza, Mario Ciceri (1900-1945) viene ordinato sacerdote nel 1924 e nominato vicario parrocchiale di Brentana di Sulbiate (MB). Vive tutto il suo ministero in quella parrocchia a servizio dell’oratorio, dell’Azione Cattolica, dei malati e degli sfollati di guerra. Durante il secondo conflitto mondiale accompagna i ricercati verso la Svizzera, fornendo loro documenti e lasciapassare falsi. Per questo impegno riceve postuma la Medaglia d’oro per la Resistenza.

Celebrazione Eucaristica

Beatificazione dei Venerabili Servi di Dio

Mario Ciceri e Armida Barelli

Omelia

Duomo di Milano, 30 aprile 2022

Colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito (Gv 3,34). Chi pronuncia queste parole? Giovanni il Battista? Gesù? Lo stesso evangelista? È «parola del Signore» e noi l’accogliamo con venerazione sì, ma pure con gratitudine, con fiducia, con gioia. Gesù possiede lo Spirito senza misura: questo è l’annuncio! Egli è il Figlio amato del Padre. Sui profeti – ripete una tradizione ebraica – «il Santo Spirito si poneva secondo misura» (cf. Midrash Rabbah su Lev 15,2); anche nella tradizione cristiana – come spiegava sant’Agostino – i doni spirituali agli uomini sono concessi con misura sicché soltanto la concordia fa di loro un solo corpo. Cristo, però, che dona lo Spirito, lui lo riceve senza misura (cf. In Joannis evangelium tractatus, XIV, 10: PL 35, 1509). In Lui c’è la pienezza dello Spirito.

Colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito. Se queste parole sono del Battista, esse sono pure la sua ultima testimonianza. Gesù «cresce»; egli, intanto, diminuisce e questo è non soltanto la radice di ogni apostolato, ma la «regola della santità». Ce lo ricorda Papa Francesco, il quale annota pure che fra i tanti santi canonizzati nella Chiesa quelli che finiscono umilmente sono loro i «grandi santi» (Omelia in Santa Marta, 9 maggio 2014). Lo sottolineò pure il Papa emerito Benedetto XVI, il quale spiegava che «la misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua» (Catechesi nell’Udienza del 13 aprile 2011). Proprio in questo crescere, la santità è vita.

Nella stessa luce guardiamo oggi ai due nuovi beati. Di entrambi possiamo dire che sono «cresciuti». Don Mario Ciceri s’impegnò quotidianamente a smussare alcune spigolosità caratteriali giungendo a mostrare in sé un efficace connubio tra vita spirituale e vita pastorale al punto che tutti riconobbero in lui un sacerdote che realizzava con zelo e in fedeltà la sua vocazione. È stato paragonato al santo Curato d’Ars. Anche Armida Barelli «camminò nell’amore» con una costante limatura del suo temperamento. Mentre veniva consumata dall’infermità il beato Ildefonso Schuster disse di lei: «Il Re Divino sta cesellando il suo gioiello» (cf. Positio super Virtutibus, «Summarium», p. 116*). Di ambedue vorrei sottolineare un solo aspetto.

Quanto al beato Ciceri, durante il processo un consultore teologo dichiarò di vedere in lui «un esempio luminoso per tutti i sacerdoti, specialmente per quelli che come lui rimangono “alla base”, nel servizio più umile e nascosto dei fratelli» (Relatio et vota, voto IV, p. 61). Questa espressione: rimasto «alla base», mi fa tornare alla memoria ciò che scriveva sant’Ambrogio a commento del Cantico dei Cantici che dice: «Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe» (7,2). Egli ravvisava qui il cammino e il progredire della Chiesa (la «Chiesa in uscita», direbbe Papa Francesco) ed esortava: «Usiamo della nostra vita come di un sandalo: utile per il ministero e non per comandare, utile per aiutare e non per distrarsi, utile per obbedire e non per il dissenso. Così è la Chiesa: bella anche nei sandali» (Expos. Ps. CXVIII, 17, 16.18: PL 15, 1446). Il beato Ciceri è stato anch’egli questo «sandalo» della Chiesa.

Parlando di Armida Barelli, G. B. Montini, sin dagli inizi del suo ministero come Pastore di questa Arcidiocesi disse che a lei doveva andare «il plauso non soltanto di Milano, ma dell’Italia, per aver lasciato un’eredità che veramente arricchisce le file della vita cattolica e segnato la via per l’educazione moderna della gioventù femminile» (Discorso del 30 gennaio 1955, in «Discorsi e Scritti Milanesi», I, p. 117). In realtà l’apostolato della Barelli spaziò su più fronti, dall’Opera della Regalità all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Al riguardo, il p. Agostino Gemelli nel suo Testamento spirituale lasciò scritto: «Tutti i miei collaboratori si ricordino che agli occhi degli uomini io appaio come uno che ha fatto delle opere: queste non sarebbero né nate, né fiorite senza lo zelo, la pietà, l’intelligenza e soprattutto la vita soprannaturalmente ispirata della signorina Barelli» (Positio, «Informatio», p. 97). In particolare, ella volle la Facoltà di Medicina al punto da preferirla come dono del Signore alla guarigione dalla malattia che poi la condusse alla morte (cf. Positio, «Summarium», p. 14*). Inoltre, come è sottolineato dal recente Messaggio della Conferenza Episcopale Italiana, in occasione della 98a Giornata dell’Università del Sacro Cuore: «…agendo anche sul piano sociale per la valorizzazione femminile, Armida fu promotrice di un cattolicesimo inclusivo, accogliente e universale. Nella stagione del ritorno alla democrazia nel nostro Paese dopo la devastazione della guerra, spronava le donne, per la prima volta chiamate al voto, a “capire quali sono i principi sociali della Chiesa per esercitare il nostro dovere di cittadine” perché “siamo una forza, in Italia, noi donne”».

In queste storie di santità: umili e nascoste come quella del beato Mario Ciceri, oppure pubbliche e note come quella della beata Armida Barelli si manifesta sempre la forza dello Spirito, che il Risorto possiede senza misura. La possiede sì in quanto Figlio, ma pure in quanto capo della Chiesa e per questo la possiede per effonderla su di noi senza misura (cf. S. Tommaso d’Aq., Commento a S. Giovanni III, lect. 6, n. 544). Ed è così che la Chiesa è il luogo dove lo Spirito fiorisce e fruttifica (cf. Traditio apostolica, 35: ed. Botte, SC 11, p. 69); il luogo da cui si dipartono le molteplici vie della santità.

Commentando la scena del Cantico in cui la Sposa vede giungere lo Sposo «saltando per i monti» (2,8) san Gregorio magno dice che Cristo venendo tra noi ha fatto per così dire dei salti: dal cielo al grembo di Maria e da lì nel presepio, quindi sulla croce e nel sepolcro donde tornò al cielo. E questo perché gli chiedessimo: «attiraci dietro di te, coi tuoi profumi inebrianti» (cf. Homiliae in Evangelia, XXIX, 10: PL 76, 1219). La santità è questo: seguire la scia del profumo di Cristo. Per il beato Mario Ciceri fu la vocazione al ministero sacro; per Armida Barelli fu la vocazione all’apostolato laicale.

Due anni or sono, carissimi fedeli di Milano, ho letto un’Omelia del vostro Arcivescovo, che esortava tutti a non tenere nascosti, ma a fare sbocciare i fiori donati a ciascuno da Gesù; invitava a essere fiori che diffondono il buon profumo di Cristo (cf. Omelia del 29 marzo 2020, quinta domenica di Quaresima). L’immagine è davvero bella e suggestiva. Vi ricorse già sant’Ambrogio per descrivere la multiforme santità nella Chiesa (cf. De virginitate VI, 34: PL 16, 27). La amplificò san Francesco di Sales ripetendo che «la Chiesa è un giardino colorato da una infinita varietà di fiori; è necessario che ve ne siano di diversa grandezza, di diverso colore, di diverso profumo» (Trattato dell’amor di Dio II, 7). Ai tanti profumi già fragranti in questa Chiesa, oggi si aggiunge quello dei due Beati, la cui santità ora è ufficialmente riconosciuta perché da qui si diffonda nella Chiesa tutta e nel mondo intero.

Marcello Card. Semeraro

Beatificazione BARELLI CICERI

Duomo di Milano – 30 settembre 2022

Ringraziamento dell’Arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, a conclusione della celebrazione

Che cosa potrebbe fare una ragazza di buona famiglia, che ha studiato all’estero, che ha una bella casa di villeggiatura sulle colline del Varesotto che vive in un contesto in cui è bene che le ragazze stiano chiuse in casa, in un momento in cui i cattolici è bene che stiano chiusi nelle sacrestie, in un contesto in cui essere cristiani significa essere ottusi e irrilevanti per le sfide contemporanee?

Ecco, per esempio, potrebbe diventare santa.

Che cosa potrebbe fare un ragazzo di famiglia numerosa e modesta, che vive in un paese della Brianza, devoto e antico, un ragazzo senza doti particolari, il suo cognome è lo stesso di forse metà del suo paese e il suo nome è un nome qualsiasi?

Ecco, per esempio, potrebbe diventare un santo, un prete santo.

Abbiamo celebrato il riconoscimento della Chiesa nei confronti di due persone così diverse. In realtà abbiamo aperto una strada e rivolto un invito alle ragazze di buona famiglia e anche di famiglia modesta, che hanno studiato all’estero e anche che hanno studiato a Milano, che hanno una bella casa di villeggiatura e anche non ce l’hanno, ecco cosa potreste fare: diventare sante, in tempo di guerra e in tempo di pace. Diventare sante.

E abbiamo aperto una strada e rivolto un invito ai ragazzi di famiglia modesta che vivono in paesi della Brianza e anche in altri paesi, che non brillano per intelligenza e applicazione, ma anche per quelli che brillano per intelligenza e  impegno. Ecco che cosa potreste fare: diventare santi.

Le foto che ci fanno conoscere la beata Armida e il beato Ciceri forse ci fanno pensare alle vecchie zie e al vecchio zio prete che sono tanto cari e insieme tanto improbabili e anacronistici. In realtà più si conoscono e più si scoprono vivi e imitabili.

Io non so se diventerò santo, ma un tentativo lo farò. Perciò ho deciso che celebrerò il mio onomastico non più il 19 gennaio, ricordando san Mario, martire del terzo secolo, celebrerò invece il mio onomastico il 14 giugno, memoria del B Mario Ciceri, un santo prete ambrosiano.

Ringrazio perciò Papa Francesco e il card Semeraro per queste beatificazioni e ringrazio tutti coloro che hanno preparato e partecipato a questa celebrazione. Nella preparazione abbiamo discusso molto sul numero dei presenti in duomo, sui distanziamenti e le mascherine, su come celebrare insieme personalità così diverse: forse ci siamo distratti dall’essenziale. Questo evento ci apre una possibilità e rivolge un invito: diventate santi.

Redazione

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