CONNETTI MB – ARENGARIO DI MONZA, IL NOME NON BASTA: IL TERRITORIO CHIEDE PARTECIPAZIONE E IDENTITÀ

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Connetti Monza e Brianza apre il dibattito sul futuro dell’Arengario di Monza e scrive al Sindaco Pilotto per attivare il dialogo con cittadini, professionisti e associazioni, restituendo alla città la consapevolezza delle proprie capacità e della propria storia. 

(mi-lorenteggio.com) MONZA, 3 GENNAIO 2026. L’associazione Connetti Monza e Brianza dice la sua sul progetto di ristrutturazione e accessibilità dell’Arengario e soprattutto scrive una lettera aperta al sindaco di Monza Paolo Pilotto per chiedere che l’intervento possa essere frutto di un confronto e un dibattito sfruttando i talenti del territorio.

«Noi riteniamo che l’Arengario sia il cuore pulsante dell’identità monzese, il simbolo in cui la nostra comunità si riconosce da secoli. Proprio per questo, la notizia del progetto affidato per via diretta allo studio dell’architetto Stefano Boeri per risolvere il tema dell’accessibilità, pur nel rispetto della professionalità coinvolta, lascia profondamente amareggiati per il metodo adottato – ha fatto sapere il sodalizio guidato da Giada Turato – Proprio per questo abbiamo deciso di scrivere al primo cittadino e protocolleremo nell’immediato la missiva facendoci portavoce anche di tanti monzesi e associazioni che non condividono il modus operandi. Attenderemo il riscontro di Pilotto». 

Pur non mettendo in discussione la caratura tecnica del progetto affidato all’archistar milanese, emerge con forza una riflessione sulla scelta dell’affidamento diretto, Questa modalità ha escluso di fatto il dibattito architettonico locale, privando la città di un Concorso di Idee, che avrebbe potuto valorizzare i talenti del territorio. «Quando si interviene sul cuore di una città, il coinvolgimento delle competenze locali non è solo una questione di opportunità, ma di profondo legame con l’identità del territorio – puntualizza l’associazione – Si è persa l’occasione per un confronto aperto che avrebbe permesso di proporre soluzioni più integrate, nate dalla conoscenza di chi vive e respira la storia di Monza ogni giorno».

La scelta di puntare sul “Grande Nome” ha messo in secondo piano la tradizione architettonica monzese. Gli architetti del territorio possiedono quella conoscenza di prossimità necessaria per interpretare le sfumature storiche di un monumento così iconico. La mancanza di un dibattito pubblico e professionale con la cittadinanza è il segnale di una città che fatica ancora a riconoscere e valorizzare le proprie eccellenze. «La nostra posizione si inserisce in un percorso di piena continuità con quanto già espresso dall’allora Presidente dall’Ordine degli Architetti Michela Locati, anche attraverso il lavoro del gruppo tecnico costituito ad hoc per elaborare e trasmettere contributi al Comune – dichiara la Presidente Giada Turato – Riteniamo fondamentale che l’Ordine degli Architetti continui a essere un interlocutore centrale e autorevole nel dibattito in corso».

La storia di Monza ci insegna che il confronto con la città è possibile. In diverse occasioni la città ha già dimostrato che il confronto tra istituzioni, professionisti, associazioni e cittadinanza è un valore aggiunto che porta a soluzioni più condivise. Lo abbiamo visto con il restauro della Casa degli Umiliati e con il concorso per Piazza Trento e Trieste. Casi in cui la città si è aperta, ha discusso e ha scelto. Era stato proposto anche per Piazza Garibaldi, grazie a un protocollo sottoscritto nel 2024 che prevedeva un concorso di idee con l’ordine degli architetti e mai più portato avanti. Perché oggi, per il suo monumento più rappresentativo, simbolo dell’autonomia e della storia monzese, si è scelta una strada diversa, calata dall’alto?

«Monza deve tornare a essere protagonista del restauro dei propri monumenti simbolo, che deve essere un processo di partecipazione – ha sottolineato l’associazione -. L’accessibilità dell’Arengario è un obiettivo fondamentale, ma il modo in cui lo si raggiunge è significativo del tipo di città che vogliamo essere: una comunità che subisce decisioni calate dall’alto o una città che partecipa alla propria evoluzione».

Le due ipotesi preliminari già sul tavolo dell’Amministrazione circa la messa a norma degli accessi al piano nobile dell’Arengario sono entrambe molto impattanti sul monumento – sebbene non sia ancora chiara la destinazione d’uso del monumento – e soprattutto non sono apprezzate dalla maggioranza dei monzesi. Sono l’esito di un percorso di confronto con i rappresentanti della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio e con il Comando dei Vigili del Fuoco. Entrambe le ipotesi prevedono la demolizione dell’attuale scala esterna. La prima proposta prevede l’inserimento di un ascensore all’interno della campata immediatamente adiacente a quella occupata dalla scala elicoidale del 1902. Questa ipotesi presenta un impatto contenuto, concentrando i servizi di salita e discesa in un’unica area già intaccata da interventi novecenteschi, ma allo stesso tempo sacrifica la spazialità del porticato al piano terra. La seconda soluzione prevede invece l’installazione di un ascensore esterno, distaccato dall’edificio, che rievoca la storica modalità di accesso attraverso il portale al primo piano della facciata est, di cui si legge ancora traccia. In questa opzione, l’ingresso avviene tramite una passerella sospesa, che permette una chiara lettura dell’intervento contemporaneo e, al tempo stesso, resta fisicamente distinta dal corpo del monumento.  

Lettera Aperta al Sindaco e alla Giunta di Monza

Oggetto: L’Arengario è di Monza: perché escludere il territorio dal dibattito progettuale?

Egregio Signor Sindaco, Gentili Assessori,

l’Arengario non è un semplice edificio: è il cuore pulsante dell’identità monzese, il simbolo in cui la nostra comunità si riconosce da secoli. Proprio per questo, la notizia del progetto affidato per via diretta allo studio dell’Architetto Boeri per risolvere il tema dell’accessibilità, pur nel rispetto della professionalità coinvolta, lascia profondamente amareggiati per il metodo adottato.

Quando si interviene su un monumento di tale portata, la scelta della soluzione progettuale non può essere solo un calcolo tecnico o una firma di prestigio. Deve essere l’esito di un percorso partecipato.

Perché si è persa l’occasione di un Concorso di Idee? Un concorso avrebbe permesso di:

1.       Valorizzare i talenti locali: Monza vanta architetti e professionisti di altissimo livello che vivono la città e ne conoscono ogni sfumatura storica.

2.       Generare dibattito: La cittadinanza ha il diritto di confrontarsi su come cambierà il volto della sua piazza principale.

3.       Trovare la soluzione migliore, non la più “firmata”: La “conoscenza di prossimità” è un valore aggiunto che nessun grande studio internazionale può replicare senza un dialogo con il territorio.

La storia recente di Monza ci insegna che il confronto è possibile. Lo abbiamo visto con il restauro della Casa degli Umiliati (Musei Civici) e con Piazza Trento e Trieste. Casi in cui la città si è aperta, ha discusso e ha scelto. Perché oggi, per il suo monumento più rappresentativo, Monza sceglie di non ascoltare sè stessa?

Scegliere il “Nome” a scapito del “Territorio” è il segnale di una città che non sembra avere fiducia nelle proprie eccellenze. Chiediamo alle istituzioni un atto di coraggio: aprite il progetto alla città, ascoltate i professionisti locali e restituite all’Arengario il dibattito che merita.

L’identità di Monza non si delega, si costruisce insieme.

Monza, 02/01/2026

L’Associazione

Connetti Monza e Brianza

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