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Storia del “Caritas Baby Hospital” di Betlemme

(mi-lorenteggio.com)  Milano, 11 giugno 2008 – Ogni volta che sui giornali leggo qualche cosa che riguarda la Pelestina, mi viene in mente Suor Lucia Corradin, una giovane religiosa veneta che lavora in quella terra.

Dal 1948, cioè da 60 anni, in quella parte del mondo dovrebbero coesistere due stati: Israele e Palestina. Ebrei e arabi. Così avevano stabilito le Nazioni Unite al termine della Seconda Guerra Mondiale, quando gli ebrei sopravvissuti all’Olocausto cominciarono a tornare nella terra dei loro padri. E sembrava che si trattasse di una soluzione equa. Ma poi, come sempre accade, si intromisero altri interessi e iniziarono i conflitti, che sono diventati continui, ininterrotti, con morti, distruzioni, odi, vendette, fanatismi. Il luogo dove Gesù è vissuto, da sessant’anni è un luogo di sangue, uno dei più tormentati del mondo.

Ma in quella terra non vi è solo odio, sangue, morti. Vi sono anche straordinari testimoni dell’amore, della solidarietà, della pace, della collaborazione, della coesistenza pacifica. Suor Lucia Corradin è una di queste persone. Vive e lavora al “Caritas Baby Hospital”, un ospedale per bambini, l’unico ospedale pediatrico di base di tutta la Palestina. Una struttura moderna, con 80 posti letto, che deve servire per circa 500 mila bambini. Un ospedale tenuto in piedi dalla solidarietà locale e internazionale. Un fantastico monumento di amore, in una terra martoriata. E’ come una grande ed eroica madre, con le braccia sempre aperte, pronta ad accogliere, giorno e notte, tutti i bambini che hanno bisogno di cure.

Con suor Lucia, in quell’ospedale lavorano altre sei suore e circa 200 persone tra medici, infermieri, tecnici del Laboratorio analisi, inservienti, addetti alle pulizie, alle cucine, alla sorveglianza eccetera. Per la maggior parte sono arabi locali, cristiani e musulmani. A questi vanno aggiunti alcuni specialisti, pediatri, che provengono dalla Svizzera e dalla Germania. Intorno all’ospedale gravitano gli amici dell’ospedale, i sostenitori, i ricoverati, le famiglie dei ricoverati, un esercito silenzioso di sofferenti, che sognano solo la pace.

Il “Caritas Baby Hospital” si trova a Betlemme, la cittadina natale di Gesù. Venti secoli fa, Maria e Giuseppe, in viaggio per Gerusalemme, si fermarono lì. Per Maria era giunto il momento del parto. E, non trovando posto in un albergo perché erano poveri, i due sposini si rifugiarono in una stalla alla periferia della città. E là, alla presenza di un bue e un asinello, nel cuore della notte, la Madonna diede alla luce il figlio.

Pensando a quell’evento, nella mente si affollano molte immagini: i due sposi preoccupati, la piccola e povera grotta, la mangiatoia, il bue, l’asinello, i pastori, gli Angeli che cantano: uno scenario denso di suggestioni, significati, messaggi, realtà concrete e misteriose per chi crede, oltre le quali, si profila l’incredibile verità cristiana dell’Incarnazione del figlio di Dio, l’incontro del cielo con la terra. Verità che stridono in maniera spaventosa con la cronaca di ciò che continua ad accadere in quella terra.

Il “Charitas Baby Ospital” è nato da un atto d’amore. Da una ispirazione venuta a un sacerdote svizzero, padre Ernst Schnydrig. Nel dicembre del 1952, padre Ernst era in pellegrinaggio a Betlemme con un gruppo di amici. E la notte di quel Natale, mentre, al suono festoso delle campane si avviava verso la Basilica per la Messa, si trovò di fronte a una scena sconvolgente. Dietro a una tenda di profughi, un giovane uomo, con il viso sconvolto dal pianto, stava scavando una fossa nel fango. Padre Ernst si avvicinò e seppe che quell’uomo stava seppellendo il proprio bambino, morto di freddo e di fame. Quella tragedia contrastava tremendamente con l’aria di festa della notte di Natale. Padre Ernst, impietrito, non riusciva a capacitarsi che un dramma del genere potesse accadere proprio a Betlemme. E mentre guardava quell’uomo intento al pietoso rito della sepoltura, sentì dentro di sé un richiamo, un impulso: dedicare la sua vita per cercare di impedire che simili tragedie si ripetessero a Betlemme.

Nei giorni successivi parlò con i suoi amici e cominciò subito a realizzare il suo progetto: creare una struttura ospedaliera per i bambini bisognosi di cure. Prese in affitto due stanze. Poi si mise a cercare nei villaggi bambini poveri e ammalati. Ne trovò 14, in cattive condizioni e li fece ricoverare in quelle stanze. Assoldò un medico perché si prendesse cura di loro. E nacque così il primo nucleo del futuro ospedale. In seguito, quelle due stanze divennero quattro, poi dieci, poi quindici e nel 1978 ci fu la costruzione e l’inaugurazione dell’ospedale che venne chiamato “Caritas Baby Hospital”.

<<Abbiamo una media di circa 3.500 ricoveri l’anno e circa 30 mila bambini seguiti negli ambulatori>>, dice Suor Lucia. <<In Palestina non esiste l’assistenza sanitaria garantita dallo Stato. La legislazione la prevede, ma non ci sono fondi. Il nostro ospedale non è riservato ai bambini palestinesi, o a quelli israeliani, ai figli di famiglie cristiane o islamiche o ebree. E’ per tutti i bambini, nel ricordo Gesù nato a Betlemme>>.

Il “Caritas Baby Hospital” non ha sovvenzioni di nessun genere. Nessuna sovvenzione. Né da parte del governo palestinese e neppure da quello israeliano. Non riceve aiuti da nessun ente pubblico o umanitario internazionale. E’ mantenuto dalla sola “carità” della gente. Il suo fondatore, tornato in patria, ha dato vita a una associazione che si chiama “Kinderhilfe Bethlehem” “Aiuto Bambini Betlemme”, con sede a Lucerna. E’ questa associazione che gestisce economicamente l’ospedale, con gli aiuti che riceve dalla gente. Con il passare del tempo, l’Associazione è cresciuta. Si è diffusa anche in Germania e in Austria. Recentemente anche in Italia, con una sede a Verona.

Quando leggiamo sui giornali notizie di morti, di bombardamenti, di agguati in Palestina, il nostro pensiero deve correre anche al “Caritas Baby Hospital” e ad altre realtà che sono in quella terra e che non hanno niente a che fare con la guerra. Anzi, si trovano in dolorose difficoltà proprio per la guerra.

<<Chi volesse darci una mano>>, dice Suor Lucia <<prenda contatti con i centri “Aiuto Bambini Betlemme”. Su Internet, è possibile trovare gli indirizzi. Abbiamo bisogno di tutto. Offerte, ma anche indumenti: pigiamini, calzettini, biancheria per bambini, creme per arrossamenti, e farmaci. Il nostro appello è: “Per amore di Gesù, non dimenticate i bambini di Betlemme”>>.

Renzo Allegri

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