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Il Presidente Mattarella a Ravenna per la commemorazione del centenario dell’assalto fascista alla sede della Federazione delle Cooperative

Ultimo aggiornamento il 28 Luglio 2022 – 16:33

(mi-lorenteggio.com) Ravenna, 28 luglio 2022- Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è recato a Ravenna per la commemorazione del centenario dell’assalto fascista alla sede della Federazione delle Cooperative della Provincia di Ravenna.

Nel corso della cerimonia commemorativa hanno preso la parola: Mario Mazzotti, Presidente di Legacoop Romagna; Simona Colarizi, Professore emerito di storia contemporanea dell’Università Sapienza di Roma; Michele de Pascale, Sindaco e Presidente della Provincia di Ravenna; Stefano Bonaccini, Presidente della Regione Emilia Romagna.

La cerimonia si è conclusa con l’intervento del Presidente Mattarella:

Rivolgo a tutti un saluto di grande cordialità. E per tutti saluto il Presidente della Regione e il Sindaco Presidente della Provincia e, attraverso lui, tutti i cittadini di Ravenna.

Qui a Ravenna oggi ricordiamo, come abbiamo fatto questa mattina con gli interventi che abbiamo ascoltato e che ringrazio, una pagina di violenza, di devastazione e di morte, nel capitolo della nostra storia che avrebbe portato alla perdita della libertà per gli italiani, con l’avvio della stagione buia della dittatura fascista, nell’agonia dell’ordinamento monarchico-liberale.

La pianura padana, in quegli anni, era divenuta teatro del disordine e della violenza delle bande fasciste, sostenute dagli ambienti agrari, contro le rivendicazioni del movimento contadino che si era dotato di solide organizzazioni, a partire dalle cooperative.

E proprio contro le cooperative si sfogò la rappresaglia dei gruppi guidati da Italo Balbo e Dino Grandi, esponenti dell’ala oltranzista del fascismo.

L’assalto alla sede della Federazione delle cooperative di Ravenna si inseriva nelle scorrerie delle carovane che percorrevano la pianura padana e, dalle campagne e dai centri minori, puntavano alla conquista delle città e all’abbattimento delle amministrazioni locali liberamente elette dai cittadini.

Il raid nel pieno centro della città, non era, certo, la prima violenza registrata in Romagna, come abbiamo visto nel filmato e abbiamo ascoltato negli interventi. La sconfitta elettorale registrata a Ravenna dal Blocco nazionale, in cui si ritrovava il fascismo, alle elezioni parlamentari del maggio 1921, condusse – nonostante il patto di pacificazione sottoscritto tra socialisti e fascisti alla presenza del Presidente della Camera dei Deputati, Enrico De Nicola, il 3 agosto 1921 – a una “marcia” su Ravenna a settembre dello stesso anno, con la devastazione della Camera del lavoro.

Il precedente più immediato era stato quello degli scontri – con diversi morti – avvenuti nel corso dello sciopero generale indetto il 26 luglio 1922, riguardo al ruolo del sindacato fascista a Ravenna, in contrapposizione alle organizzazioni del lavoro e della cooperazione.

Da settimane i manipoli fascisti facevano razzie, incendiavano, assassinavano, terrorizzavano i paesi del circondario.

Su Ravenna erano confluiti centinaia di squadristi armati dalle province di Ferrara e di Bologna. Si voleva – laddove non si era riusciti con il voto – soggiogare con la violenza la città, culla della cooperazione socialista e repubblicana, per conquistare definitivamente la Romagna.

Italo Balbo nella sua strategia eversiva – d’intesa con il suo referente Dino Grandi e con i vertici del partito fascista – univa la distruzione di circoli, di cooperative, di case del popolo, di spacci di consumo, a obiettivi politici ulteriori.

A Ravenna uno degli obiettivi più importanti era quello di spezzare la convergenza, l’unità d’azione in campo sindacale e cooperativo, tra socialisti e repubblicani.

Erano i giorni della crisi del primo governo Facta. La mozione presentata dai socialisti, guidati da Filippo Turati, e che provocò le dimissioni del governo il 19 luglio 1922, aveva la sua ragione proprio nella denuncia di un crescendo di intimidazioni, di aggressioni violente, di assassinii politici ad opera dei fascisti.

Violenze in tutta Italia, le ultime a Cremona, messa a ferro e fuoco, e a Novara, con gli episodi di Lumellogno e l’occupazione del Palazzo comunale.

Alle violenze organizzate il governo non rispondeva con efficacia. A livello locale, i prefetti e le forze dell’ordine da essi dipendenti, apparivano spesso irresoluti nella difesa dello Stato, offrendo così sponde ai manipoli di assalitori.

I deputati fascisti votarono a favore della mozione per provocare la fine del governo Facta e le sue dimissioni e fu lo stesso Mussolini a prendere la parola nell’aula di Montecitorio, pronunciando uno dei discorsi più platealmente minacciosi nei confronti della vita democratica, con queste parole: “Il fascismo (…) dirà (…) tra poco se vuole essere un partito legalitario, cioè un partito di governo, o se vorrà invece essere un partito insurrezionale, nel qual caso non solo non potrà più far parte di una qualsiasi maggioranza di governo, ma probabilmente non avrà neppure l’obbligo di sedere in questa Camera”.

Come così annunciato, ottenuta la caduta del governo, l’azione eversiva della milizia fascista si fece più intensa; frenetica.

La democrazia liberale, sopravvissuta alla Grande guerra, alle incertezze e alle successive drammatiche emergenze sociali, alle turbolenze, agli scioperi, alle occupazioni delle fabbriche, alle violenze che avevano costellato il cosiddetto “biennio rosso”, vedeva, nella sua incompiutezza, le forze costituzionali e popolari incapaci di intendersi e di dar vita a un governo di salvezza nazionale.

Il Corriere della Sera, espressione della borghesia liberale, pochi giorni prima degli eventi di Ravenna, il 23 luglio 1922, scriveva:

”Il fascismo è ormai arrivato a un punto del suo cammino in cui, se un mutamento di rotta non avviene, esso si troverà a essere soltanto un focolaio sovversivo della disgraziata Italia, una fazione – e se è grossa tanto peggio per la patria – deliberata di intendere l’ordine nello Stato come il “suo” ordine, secondo il suo arbitrio”.

È il clima in cui avvenne l’assalto alla centrale delle cooperative di Ravenna, la notte di un secolo fa.

Nullo Baldini, deputato socialista, protagonista del cooperativismo di lavoro nel Ravennate, fu portato a forza fuori dall’edificio che venne dato alle fiamme.

Turati aveva deciso di provare la strada di una coalizione antifascista, e per quella sua salita al Quirinale sarà poi espulso dal Partito socialista, insieme all’ala riformista, per aver violato il divieto di relazioni con i partiti borghesi. Nullo Baldini, sempre attento agli equilibri nazionali e sempre schierato con Turati, era tra coloro che più spingevano per aprire una fase nuova, per rafforzare il collegamento con i partiti popolari e democratici, perché la strada fosse sbarrata alle dilaganti violenze dei fascisti, che avrebbero trovato il loro compimento nel cedimento della monarchia, nell’ottobre successivo.

Al primo governo Facta seguì un secondo governo Facta. Ugualmente debole.

Si apriva il ventennio drammatico, nel secolo scorso, del prevalere delle dittature in Europa, preludio del Secondo conflitto mondiale e delle sue atrocità.

L’attacco alla sede della Federazione delle cooperative di Ravenna intendeva colpire il cuore del movimento di riscatto popolare del territorio, che era giunto a organizzare oltre 15.000 braccianti agricoli.

Con esso si intendeva indebolire l’istanza di partecipazione democratica che si affacciava in modo sempre più vigoroso.

La libertà dei corpi sociali di un Paese è elemento che contribuisce a sorreggere la vita democratica. Quando le formazioni intermedie vengono compresse, costrette al silenzio, è l’intera impalcatura delle libertà e dei diritti che viene compromessa.

La cooperazione è stata ed è un soggetto della democrazia economica, un vettore di progresso. Una protagonista, insieme ad altri, di quel sistema produttivo e di servizi plurale che ha reso la nostra economia tra le più avanzate al mondo.

Il fascismo la costrinse dentro le gabbie di uno Stato oppressivo e totalitario. La Repubblica le ha ridato libertà e respiro.

La solidarietà, la centralità della persona, la crescita del lavoro come misura di dignità per ogni donna e ogni uomo, valori che ne sono alla base, alimentano la democrazia e hanno trovato nella Costituzione riconoscimento esplicito.

È un’esigenza che va sempre avvertita, anche nelle condizioni inedite di un tempo che registra cambiamenti così veloci.

La storia è parte di noi. Di ciascuno di noi come persona, di noi come comunità. È alle fondamenta della nostra cultura, dei nostri ordinamenti, dei valori in cui ci riconosciamo e che costituiscono l’asse portante della società contemporanea.

La libertà di cui godiamo, la democrazia che è stata costruita, l’uguaglianza e la giustizia che la Costituzione ci prescrive di ricercare sono figlie di una storia sofferta e di generazioni che le hanno conquistate con dolore, sacrificio, impegno, consegnandole alla nostra cura affinché possiamo a nostra volta trasmetterne il testimone.

È una lezione, quella di allora, di coraggio, di fiducia. È la coscienza di essere parte di una storia che continua, consapevoli anche dei momenti più oscuri e indegni vissuti e del loro superamento.

La democrazia nasce da questa diffusa coscienza della responsabilità di ciascuno nella difesa delle comuni libertà.

E’ stata – è – una conquista di popolo.

A noi tocca rigenerarla ogni giorno, chiamando i più giovani a esserne protagonisti.

E appaiono di grande significato, oggi qui a Ravenna, le parole poste dal presidente Luigi Einaudi nella motivazione della Medaglia d’oro al valor militare, conferita a questa Città per il contributo fornito alla Liberazione d’Italia.

Con queste parole desidero concludere:

“Memore delle lotte per l’Unità e per l’indipendenza e delle glorie garibaldine – recita la motivazione – la città di Ravenna scrisse nella storia del nuovo Risorgimento italiano pagine mirabili e da ricordare ad esempio per le future generazioni”.

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