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Mattarella ad Alba, per il bicentenario della nascita di Michele Coppino e per il centenario della nascita di Giuseppe Fenoglio

(mi-lorenteggio.com) Roma, 8 ottobre 2022 – Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è intervenuto ieri ad Alba alla cerimonia per il centenario della nascita dello scrittore Beppe Fenoglio e per il bicentenario della nascita del ministro Michele Coppino.

Hanno preso la parola: Carlo Bo, Sindaco di Alba; Alberto Cirio, Presidente della Regione Piemonte; tre studenti in ricordo di Michele Coppino; Riccardo Corino, Presidente del Centro studi Beppe Fenoglio; una studentessa in ricordo di Giuseppe Fenoglio.

La cerimonia si è conclusa con il discorso del Presidente Mattarella.

Al termine, il Capo dello Stato ha visitato la 92° Fiera internazionale del tartufo bianco d’Alba.

Il DISCORSO

Rivolgo un saluto al Presidente della Regione, Alberto Cirio, ringraziandolo molto per le parole nei miei confronti, il Sindaco di Alba, Carlo Bo, ringraziandolo per l’accoglienza, il Sindaco di Grinzane, che poc’anzi mi ha ospitato nel suo Comune, tutti i Sindaci presenti, e attraverso di loro, tutti i loro concittadini.

Rivolgo un saluto a tutti i presenti, ai bambini che sono nelle prime file, confidando nella loro pazienza, e ai ragazzi delle scuole che ci hanno così bene tracciato, efficacemente, pagine della nostra storia.

La provincia italiana è stata protagonista della costruzione dello Stato unitario prima, e della Repubblica dopo. Non ho bisogno di ricordarlo qui, nella “Provincia Granda” serbatoio di valori morali, di esempi di impegno civico e di passione civile.

Ad Alba ne ricordiamo due. Due protagonisti di questi sentimenti, di queste attitudini, Due i Risorgimenti, due le figure, Michele Coppino e Beppe Fenoglio. Oggi li ricordiamo, sottolineando come costituiscano testimonianza della fecondità di questa città.

Li ricordiamo in un giorno di festa per il territorio – come il Presidente Cirio ha poc’anzi rammentato – festa abbinata al lavoro, alla fatica che è manifestata oggi dall’appuntamento tradizionale della Fiera del tartufo, un’eccellenza delle Langhe, dove la gastronomia è, in realtà, cultura.

La vicenda umana di Coppino si accompagna al processo di unità del nostro Paese e, volendo riprendere l’espressione attribuita a Massimo d’Azeglio, al lavoro necessario per “fare gli italiani”.

Può apparire una stranezza oggi, dopo 160 anni, pensare che l’Italia non fosse fatta da italiani, non fosse cioè omogenea nelle sue genti, ma in realtà tanti fra di esse si esprimevano soltanto in dialetto, e in dialetti differenti.

Di qui il ruolo fondamentale e “trasformativo” dell’istruzione.

Ed è in questo campo che Michele Coppino – il cui prestigio lo condusse anche alla presidenza della Camera dei deputati, come è stato poc’anzi ricordato – sviluppò in particolare la sua azione, durante la sua guida al Ministero dell’istruzione.

Dopo tanti anni, tanti decenni, sono stato anch’io al Ministero dell’istruzione, dove sono raccolti i ritratti dei Ministri precedenti, e ho sempre guardato con grande rispetto quello austero di Coppino che qui vediamo ritratto in busto.

Questo impegno si muoveva dal suo pensiero consapevole: realizzare lo Stato unitario era di per sé un evento epocale nella trasformazione e nella costruzione dell’Italia.

E, purtuttavia, senza illusioni, in un’epoca in cui il diritto di concorrere alla elezione dei rappresentanti in Parlamento, il diritto di essere elettori, era limitato a poche centinaia di persone per ogni collegio, l’istruzione era percepita da alcuni come un “pericolo” per l’ordine sociale perché avrebbe suscitato – com’era doveroso – spirito critico, avrebbe alimentato coscienza del proprio stato e dei propri diritti.

Nelle azioni parlamentari e di governo Coppino fece riecheggiare questioni che hanno animato il dibattito anche nella seconda metà del Novecento.

Il confronto fra lui e Francesco De Sanctis sulla questione delle cosiddette “scuole tecniche” manifestava – e questo è un esempio illuminante – due diverse visioni: l’una, quella del De Sanctis, che attribuiva a queste scuole una funzione esclusivamente di formazione professionale, l’altra, quella di Coppino, che immaginava, accanto all’addestramento professionale, la necessità di una solida istruzione storico- filosofica-letteraria.

Un confronto tra due personalità altissime, dotate di forti competenze, molto solide, che coglievano il valore delle scelte che si disponevano a proporre.

Il processo di alfabetizzazione del nostro Paese corrispondeva, nella visione dello statista di Alba, a un più generale programma di crescita dell’Italia, a una visione autenticamente liberale.

Voleva “svecchiare”, inoculando – come diceva – “senza avventaggini e senza imprudenze, ma anche senza timori prestabiliti e con fede aperta nelle idee che degli altri fecero la grandezza e la forza”; e proseguiva: “i germi di un processo omogeneo e di pacifico e ordinato risorgimento…”.

Così, come è stato ricordato poc’anzi, nel 1877 venne stabilita l’istruzione gratuita e obbligatoria sino ai nove anni di età. Dopo pochi anni, nel 1882, la riforma elettorale di quell’anno avrebbe permesso il voto a tutti i cittadini di sesso maschile, maggiorenni, che avessero superato l’esame del corso elementare obbligatorio.

Vorrei dire alle ragazze presenti: sembra strano sentir parlare di voto concesso ai maschi maggiorenni, ma è stato così fino al 1946. Siamo arrivati, come Paese, in realtà in ritardo rispetto a tanti altri su questo traguardo del voto alle donne. Incomprensibile e inconcepibile che non ci fosse!

L’istruzione, quindi, stimolata da Coppino, si traduceva in ampliamento della democrazia, dell’accesso dei cittadini ai loro diritti. Non più una scuola chiamata a formare soltanto classi dirigenti, ma chiamata a formare cittadini.

Vorrei notare che la responsabilità di attuare questo diritto era rimessa ai Comuni, che ne furono protagonisti, alimentando la duplice fedeltà allo Stato e alla piccola Patria rappresentata dalla comunità locale.

Poc’anzi lo hanno ricordato Alessandro, Gaia e Camilla – se non sbaglio – richiamando quell’anelito alla conservazione alle Province e ai Comuni in capo a loro dei “propri diritti, che sono la garanzia della popolare libertà”, come ebbe a dire Coppino.

Era un popolo che risorgeva.

L’Italia si apprestava a un profondo cambiamento sul terreno economico e sociale, che sarebbe culminato con la Repubblica, sino a farne un Paese moderno e solidale.

Beppe Fenoglio è stato testimone e cantore di questo processo: lo ha ricordato poc’anzi il Presidente del Centro studi.

Lo abbiamo poc’anzi ascoltato dalla voce di Alessia che ha così magistralmente interpretato “Il gorgo”.

Il benessere di cui oggi godono le Langhe – patrimonio dell’UNESCO, va ricordato, con il Roero e il Monferrato – non proviene da un percorso facile.

Ce lo ricorda un altro scritto di Fenoglio, “La malora”. Una terra, come ricordava il Sindaco prima, abitata da persone prostrate dalla miseria.

Un mondo contadino segnato dalle ingiustizie.

È legittimo, quindi, guardare con orgoglio al risultato di decenni e decenni di laboriosità intelligente che, con tenacia, hanno condotto sin qui, a questa condizione, di cui essere davvero orgogliosi per la gente di questo territorio.

L’epopea della Resistenza, vissuta e narrata da Fenoglio, è parte costitutiva della vostra identità, del vostro essere italiani, e l’avete recata alla Repubblica.

Alba fu zona “libera”.

Anello di quelle repubbliche partigiane che hanno segnato la volontà di riscatto del popolo italiano.

Radici della scelta che il popolo italiano avrebbe poi sancito il 2 giugno del 1946. Alba, recita la motivazione della Medaglia d’oro al Valor militare per la sua attività partigiana, ha simboleggiato “l’eroismo ed il martirio di tutta la Regione”. Preferendo, “alla resa offerta dal nemico il combattimento a fianco dei suoi figli militanti nelle forze partigiane”.

La marcia dei coscritti piemontesi, inno fatto proprio della Brigata Alpina Taurinense, ricorda la determinazione e l’impegno offerto dalle genti di questo territorio verso l’unità d’Italia prima e verso la libertà dopo. Lo ricorda con il verso “L’è ‘l Piemont ch’a i-dà a l’Italia soa pi bela gioventù”.

Sono lieto, ripetendo queste parole, di rendere oggi, qui, omaggio, a nome della Repubblica, alle virtù civiche di questa terra e alle sue genti.

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